Il presidente statunitense Donald Trump a Pechino per incontrare il presidente cinese Xi Jinping. La tanto attesa visita di Trump in Cina, che sarebbe dovuta avvenire tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, sta per iniziare. Un viaggio di tre giorni durante i quali ci saranno vari incontri bilaterali. Sicuramente il tema mediorientale sarà al centro delle discussioni con il “ruolo ombra” che la Cina sta assumendo nella tensione tra Usa e Iran. Ma sul tavolo dei colloqui i temi sono tanti: dal rallentamento economico che stanno subendo gli Stati Uniti, con un’inflazione che ad aprile è schizzata ai livelli più alti da tre anni a questa parte alle tensioni commerciali tra i due giganti, con la Casa Bianca che prima ha annunciato dazi altissimi nei confronti della Cina, salvo poi proporre una tregua temporanea. Per capire meglio questo scenario complesso, il Sir ha intervistato Francesco Sisci, uno dei maggiori autori ed esperti di Cina, che fa da spola tra Pechino e Roma.
Perché questo bilaterale ora?
Innanzitutto, era un incontro programmato da oltre un anno, quindi certamente me l’aspettavo. Inizialmente era previsto per il 30 marzo, ma è stato rinviato a causa di errori di valutazione sulla guerra in Iran. Gli americani pensavano che il regime sarebbe crollato dopo i primi attacchi; quando ciò non è accaduto, si sono trovati nell’impasse di dover raggiungere Pechino con una guerra ancora in corso. Per questo motivo la visita è stata rinviata.
In quale clima si svolge la visita?
La ragione dell’incontro è piuttosto semplice: è necessario mantenere i contatti tra i capi di Stato e tra le diplomazie al più alto livello possibile.
Nonostante le differenze — anzi, proprio a causa di queste — è importante continuare a dialogare. Tuttavia, la durata della visita, limitata a due giorni, indica che le relazioni non sono idilliache. Non c’è più lo sfoggio delle cordialità del passato: un tempo le visite dei presidenti americani in Cina, o dei leader cinesi negli Stati Uniti, duravano anche più di una settimana e toccavano diverse città. Oggi ci si limita a Pechino. È presente una delegazione di imprenditori che intrattengono rapporti commerciali con la Cina e che testimoniano una continuità negli affari, ma è evidente che il clima è diverso rispetto al passato.
Trump arriva con quali aspettative e richieste?
In realtà, non è del tutto corretto impostarla in questi termini.
Entrambi si incontrano non tanto per chiedere qualcosa, quanto per mantenere il rapporto bilaterale a una temperatura stabile, evitando che raggiunga livelli di ebollizione o, al contrario, di gelo.
È possibile che emergano accordi commerciali, ad esempio sull’esportazione di prodotti agricoli americani verso la Cina. Allo stesso tempo, la Cina potrebbe fare qualche apertura, come la possibile liberazione di Jimmy Lai o una maggiore collaborazione nella lotta al fentanyl e alle droghe sintetiche. Si tratta quindi di un quadro di cooperazione pragmatica e di continuità economica.
Cosa potrebbe uscire?
L’incontro ha una dimensione temporanea: entrambe le parti guardano alle elezioni di midterm previste per la fine di ottobre. La Cina non ha interesse a umiliare Trump oggi, dato che resta il Presidente degli Stati Uniti e potrebbe comunque ottenere un buon risultato elettorale. Allo stesso tempo, però, non ha motivo di sostenerlo apertamente, perché tra pochi mesi potrebbe trovarsi di fronte a un presidente indebolito, una sorta di “anatra zoppa”. Per questo è necessario mantenere prudenza e limitare l’entusiasmo.
Sullo sfondo c’è la guerra dei dazi.
La guerra dei dazi, che inizialmente l’amministrazione Trump pensava potesse mettere in ginocchio la Cina, non ha funzionato; al contrario, ha indebolito la posizione negoziale degli Stati Uniti. La Cina dispone oggi di un piano strategico di lungo periodo per affrontare sia gli Stati Uniti sia il contesto globale, mentre l’America sembra non avere una strategia altrettanto definita. Questo rende il rapporto in parte sbilanciato.
Si può dire che Trump arrivi a questo bilaterale in una posizione forse più debole rispetto alla Cina.
Anche questa è un’affermazione da verificare: chi lo stabilisce davvero? Perché si dà per scontato che la Cina sia più forte? Certo, le debolezze di Trump sono note: il mancato successo in Iran, che si può definire almeno un fallimento parziale, se non totale, e le difficoltà nelle alleanze, con partner che mostrano segni di insofferenza. Tuttavia, anche la Cina non può vantare successi schiaccianti. Qualche mese fa ha sostenuto il Venezuela senza ottenere risultati significativi; i sistemi di difesa antiaerea forniti all’Iran non hanno funzionato come previsto. Inoltre, Pechino non dispone di una vera rete di alleati solidi: uno dei pochi, la Corea del Nord, sta rafforzando la propria collaborazione con la Russia in modo preoccupante. Se Mosca dovesse sostenere il riarmo nucleare nordcoreano, in Asia si creerebbe una situazione estremamente instabile. A ciò si aggiunge un’economia interna contraddittoria: molto dinamica e performante sul piano internazionale, ma più fragile e problematica all’interno.
In definitiva, non si può dire che uno dei due attori sia chiaramente più forte o più debole dell’altro.
Se però guardiamo la situazione con lo sguardo, per così dire, di Papa Leone è comunque meglio che due grandi leader mondiali si incontrino piuttosto che si scontrino.
In certi momenti storici, anche soluzioni temporanee sono preferibili all’assenza di dialogo. Tuttavia, l’aumento delle tensioni globali rende la situazione sempre più difficile da gestire: non siamo ancora a un livello fuori controllo, ma ci stiamo avvicinando a una soglia critica. In questo contesto emerge, quasi per necessità più che per scelta, un possibile nuovo ruolo della Santa Sede: quello di spazio morale ed etico di riferimento, percepito come relativamente neutrale e privo di ostilità. La domanda allora è: la Chiesa può fare di più? Può immaginare nuove forme di intervento? Occorre una riflessione più profonda all’interno della Chiesa su ciò che è possibile e opportuno fare.

