Naso (politologo), “Leone è la più autorevole espressione di contrasto all’idea trumpiana di pace costruita con la guerra”

Paolo Naso: “C’è un dato oggettivo: con la sua pastorale di una ‘pace disarmata e disarmante’, papa Leone propone un paradigma geopolitico esattamente opposto a quello del presidente americano che invece ha scelto la strada delle ‘guerre per la pace’, ad esclusivo interesse degli USA”.

(Foto Calvarese/SIR)

Paolo Naso (foto Naso)

“La voce del Papa, forse anche al di là delle sue intenzioni, rimane la più autorevole espressione di contrasto all’idea trumpiana della pace costruita con la guerra; a Gaza e in Iran oggi. Domani forse a Cuba. E che ne sarà delle bellicose rivendicazioni della Groenlandia e delle mire sul Canada?”. Abbiamo chiesto a Paolo Naso, politologo e docente di storia moderna all’Università statale di Milano, di commentare le esternazioni del presidente Usa Donald Trump e soprattutto la sua insistenza nell’attaccare Papa Leone, alla vigilia del viaggio in Italia e in Vaticano del segretario di Stato americano Marco Rubio. Paolo Naso, protestante, è un grande conoscitore della storia Usa, in particolare delle Chiese che la popolano. Ha dedicato un libro a questo argomento dal titolo “Dio benedica l’America. Il fondamentalismo cristiano dai creazionisti a Donald Trump”.

Professore, come si spiega l’accanimento di Donald Trump nei confronti di Leone?

Al di là di elementi caratteriali che evidentemente contribuiscono a profilare la figura di Donald Trump e che spiegano alcuni suoi interventi decisamente sopra le righe, c’è un dato oggettivo: con la sua pastorale di una “pace disarmata e disarmante”, papa Leone propone un paradigma geopolitico esattamente opposto a quello del presidente americano che invece ha scelto la strada delle “guerre per la pace”, e cioè di un interventismo teso a stabilire un nuovo ordine interazionale centrato sull’esclusivo interesse degli Usa. In sé non è una novità assoluta perché la difesa dei propri interessi strategici ha spesso orientato la politica estera degli Usa ma l’interventismo era sempre bilanciato e talora limitato dalla logica del multilateralismo, dai vincoli delle alleanze – a iniziare dalla Nato – dall’autorevolezza dell’Onu e di altri organismi sovranazionali, compresa l’Ue. Con Trump tutti questi elementi di bilanciamento sono saltati.

Entrambi sono comunque figli della stessa terra, l’America. Come si spiegano queste divergenze così profonde?

Tutti e due, Trump e Leone XIII sono espressione della tradizione americana che, da sempre ha vissuto gravi polarizzazioni, già al tempo delle colonie. Non erano tutte uguali: alcune erano più chiuse e settarie, potremmo dire teocratiche; altre, altrettanto legate alla fede cristiana ed evangelica, si distinguevano per il pluralismo e la capacità di accogliere e integrare identità diverse.

Trump è l’apostolo del fondamentalismo nazionalista americano, una religione politica che abusa di citazioni bibliche e simboli cristiani.

Leone fa semplicemente il papa, e guarda oltre i confini nazionali. Un papa che arriva anche nel Sud globale, come ha dimostrato il suo recente viaggio in Africa.

Che rapporto ha l’immensa galassia protestante Usa nei confronti di Trump?

Soprattutto nel secondo mandato, Trump ha utilizzato con grande spregiudicatezza l’arma religiosa, brandendo la Bibbia per predicare il suo nazionalismo cristiano e per colpire i suoi avversari: l’America liberal e woke, quella dei diritti e della separazione tra lo Stato e le confessioni religiose, codificata nel I emendamento della Costituzione. L’efficace narrazione di cui lui ed altri dei suoi più stretti collaboratori si sono fatti interpreti è quella di un’America decadente che può tornare grande soltanto ritrovando la sua anima cristiana e recuperando il ruolo di unica ed indiscussa superpotenza mondiale, aggressiva e temibile. Questa narrazione ha convinto milioni di elettori, frustrati dalla political correctness degli intellettuali e delle élites di Washington. In un’America decadente, Trump si propone come il redentore in grado di ristabilire l’ordine e di garantire il benessere. Ovviamente con l’aiuto di Dio. Questa comunicazione ha funzionato egregiamente fino a qualche mese.

L’esito non proprio brillante della guerra contro l’Iran potrebbe avere eroso il consenso di quello zoccolo duro composto da elettori bianchi, del Sud e fondamentalisti che sono le vere schiere dell’esercito trumpiano.

C’è un’America che resiste?

L’America liberal è in sofferenza e, nei mesi successivi alle elezioni che hanno portato Trump alla Casa Bianca è rimasta attonita e afasica. Vale anche per le chiese storiche del protestantesimo americano – presbiteriani, luterani, metodisti, parte dei battisti, comunità afroamericane – che hanno subito l’ondata del fondamentalismo evangelical più radicale. Ora qualcosa si muove, riprendono alcune mobilitazioni contro la guerra, il carattere autocratico di questa presidenza, i suoi tratti autoritari. Il movimento NO KING interpreta bene il sentimento distanti american che vedono incrinarsi i pilastri della stessa democrazia costituzionale.

L’incontro del Segretario di Stato Rubio in Vaticano potrà favorire un riavvicinamento?

Ovvio. Rubio si mostrerà cattolico attento e devoto, parlerà di incomprensioni e fraintendimenti. E’ il suo ruolo ed è la carta che lo potrebbe portare alla Casa Bianca tra due anni e mezzo. Ma attenzione, la sostanza politica non cambia, sono diverse le forme evi è coscienza della misura e del protocollo. Potrei essere smentito ma preferisco pensare che, alla fine, Rubio si presenterà con un ramoscello d’ulivo che papa Lone sarà contento di ricevere”.

Fino alla prossima boutade del Presidente.

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