Spreco alimentare: recuperare il cibo per aiutare le persone in difficoltà

Famiglie, grande distribuzione e ristoranti producono ogni anno 5 tonnellate di rifiuti alimentari, la maggior parte dei quali potrebbe ancora essere utilizzato. Per cambiare la tendenza è necessario sensibilizzare le famiglie e le nuove generazioni e portar avanti progetti di ridistribuzione delle eccedenze.

È più di 7 miliardi di euro il costo del cibo che dalle tavole degli italiani finisce nella spazzatura, per un totale di 5 milioni di tonnellate di alimenti che vengono letteralmente buttati nel secchio. Sono i dati del nuovo rapporto dell’osservatorio Waste Watcher International 2026, che vede l’Italia le famiglie italiane tra i principali responsabili dello spreco alimentare. “Sembra strano a dirsi, ma in un tempo di crisi come quello che stiamo attraversando, molto dello spreco prodotto viene dalle famiglie e questo in gran parte è dovuto al fatto che spesso si fa la spesa di fretta, perché il cibo si dimentica nel frigo, perché è scaduto da un giorno e allora non si consuma più, perché non si ha conoscenza approfondita della filiera, della conservazione o semplicemente perché non si sa che alcuni cibi è possibile lavorarli e mangiarli in tutta sicurezza anche dopo alcuni giorni e sono buonissimi”, spiega Lidia Borzì, vicepresidente delegata Acli di Roma. Oltre alle famiglie a pesare nel cestino della spazzatura è lo spreco derivante dalla grande distribuzione e dalla ristorazione,

(Foto Fondazione solidarietà Caritas)

“pensiamo alla frutta e verdura: basta una macchietta in una banana, o una mela molto piccola e quel prodotto non può essere venduto – continua Borzì -. Invece, si può intervenire con dei progetti di recupero; ci sono tutta una serie di manuali certificati che spiegano come consumare questi cibi, si possono fare dalle marmellate alle conserve e farle arrivare nelle mense o nelle case delle persone in difficoltà”.

Evitare lo spreco alimentare, non vuol dire soltanto fare in modo che il cibo non finisca nella spazzatura, ma anche, attraverso il loro recupero, favorire un’economia circolare, nel pieno rispetto dell’ambiente e permettere così di aiutare chi ne ha più bisogno. In quest’ottica è nata la legge n. 166 del 19 agosto 2016, nota anche come legge Gadda. “La legge antispreco consente agli esercenti che donano il cibo in eccesso di ottenere degli sgravi fiscali attraverso il recupero dell’iva. Poi ci sono anche delle disposizioni comunali che invece offrono ai commercianti virtuosi di avere degli sconti sulla Tari. In questo modo i grandi supermercati o negozi di alimentari non solo esercitano la loro responsabilità sociale, ma hanno un’attenzione all’ambiente perché si conferiscono meno rifiuti e hanno dei vantaggi economici”, sottolinea Borzì, che pone l’accento su un altro aspetto importante se si vuole cambiare la tendenza,

“bisogna puntare sui progetti di sensibilizzazione nelle scuole, già a partire dagli asili, per insegnare ai bambini a riutilizzare il cibo che sennò andrebbe buttato, ma anche insegare alle famiglie a comprare solo il necessario e a pianificare bene quello d mettere in frigorifero”.

Ed è nell’ottica di recuperare ciò che sennò andrebbe perso è nato il progetto “Il cibo che serve” portato avanti proprio dalle Acli di Roma. “Da più di otto anni recuperiamo frutta e verdura e alimenti cotti nei catering, anche di grandi eventi come quelli che si svolgono allo stadio olimpico o nelle ambasciate dove ci sono rinfreschi di grande qualità e dove però lo spreco è molto elevato. Seguendo le più rigorose procedure di igiene e sicurezza alimentare prevista sia per il cotto che per il crudo, facciamo arrivare questo cibo nelle case-famiglia o nelle mense Caritas. Recuperiamo anche prodotti da forno e pane”, racconta la vicepresidente delegata Acli di Roma. Dalla consegna fatta porta a porta con un furgoncino refrigerato, si passerà a una vera e propria “Dispensa solidale”, che sarà inaugurata a Roma il 29 settembre, in occasione della VII Giornata internazionale della consapevolezza sugli sprechi e le perdite alimentari. Sarà un luogo dedicato alla raccolta, conservazione e distribuzione degli alimenti nonché di ascolto e orientamento per le persone. “I prodotti arrivano da due filiere: quella del recupero delle eccedenze completamente gratuita in cui sono le aziende stesse che ci forniscono il cibo, come per esempio un’importantissima azienda italiana ci fornirà salumi che hanno due mesi di validità, ma che per loro non sono più immettibili nel mercato; e dall’altra abbiamo una filiera che viene da donazioni, dai carrelli sospesi che portiamo nei supermercati e così via. Anche le persone che vorranno portare solo cibo buono, integro, lo raccoglieremo anche nella sede per poi donarlo. Lo scopo è creare un circolo virtuoso tra chi vuole donare e chi invece ha bisogno”, conclude Borzì.

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