Seconde generazioni. Fiasco: “I disagi nascono nelle città matrigne. Dove c’è capitale sociale i problemi di integrazione non si pongono”

Per il sociologo non c’è determinismo nell’insorgere di difficoltà, ma il turbamento nasce quando la struttura della città è molto rigida

L’Italia, a lungo Paese di emigrazione, negli ultimi anni è diventata anche un Paese che ha accolto migranti. In alcune aree dell’Italia il fenomeno è più evidente, come pure il disagio che vivono i figli di migranti, le cosiddette seconde generazioni. Ne parliamo con il sociologo Maurizio Fiasco.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Professore, è nuovo il problema del disagio per questi giovani?
Possiamo servirci di una analogia con quello che accadde ormai 50 anni fa con il ciclo migratorio interno, perché il problema di prima e seconda generazione si pone sempre quando c’è un trasferimento di famiglia, un impatto linguistico, un impatto dal rurale all’urbano, dal piccolo centro a quello industriale. Questo fu ampiamente studiato negli anni del ciclo migratorio interno, quando parecchi milioni di italiani si trasferirono all’interno del nostro Paese, circa 8 milioni, a cui sono seguiti ricongiungimenti familiari e figli.

Qual è la differenza tra prima e seconda generazione?
Per la prima generazione c’è una socializzazione anticipatoria, cioè quando una persona decide di realizzare il suo progetto di vita in un luogo dove abitudini, cultura, linguaggio e anche clima sono differenti e vigono delle regole non scritte, degli usi e dei costumi diversi da quelli di origine, si predispone ad accettare, interiorizzare e far suo tutto quel mondo di relazioni, di linguaggi, di segni estetici e sociali che incontrerà. Tanto è vero che, smentendo tante previsioni stereotipate dei criminologi, praticamente il ciclo migratorio interno comportò una riduzione dei tassi di criminalità. Il problema si pone quando i figli di coloro che hanno compiuto questa esperienza all’insegna di una socializzazione anticipatoria si trovano a cavallo di due narrazioni, all’interno della formazione della persona, dell’adolescente e del bambino: c’è un incrocio tra la narrazione familiare delle origini e la narrazione della giovinezza, dell’età, dei rapporti sociali nel luogo di nuova residenza, e questo provoca un turbamento, un disequilibrio che nel corso del processo educativo si viene a comporre.

Questo vale anche per le immigrazioni da altri Paesi?
Esattamente la stessa cosa. Oggi l’Italia ha l’11% della sua popolazione non nata nel nostro Paese, a cui dobbiamo aggiungere la popolazione nata in Italia dall’immigrazione, con tanto di cittadinanza italiana.

Ormai la nostra nazionalità è composita,

come è sempre stata dopo il 1861, con la fondazione del Regno d’Italia. Quindi oggi, quando parliamo di italiani, sono per sette ottavi nati qui, da genitori nati qui, e per un ottavo o non sono nati qui o sono nati da genitori non nati qui, come i torinesi degli anni ‘60: una parte nati a Torino, una parte nati altrove e una parte nati a Torino da coloro che venivano da altri luoghi. Questa è l’identità del nostro Paese: è un processo di continuo movimento e trasformazione. Non esistono in Europa, salvo forse in qualche isola, popolazioni che sono rimaste sempre le stesse: c’è un continuo rimescolamento.

È inevitabile il disagio delle seconde generazioni?
Può fare la differenza il contesto locale, ossia come si presenta la città, come si compone nelle sue varie aree, come sono le attività che si svolgono nella città.

Fa la differenza la consistenza del capitale sociale, cioè quel complesso di espressioni, di partecipazione civica, di condotte di mutuo aiuto, di solidarietà, di comunanza.

Il capitale sociale si misura facendo l’inventario di tutte le espressioni più o meno strutturate di partecipazione, dagli organi collegiali delle scuole fino alla bocciofila del quartiere, fino al comitato di quartiere, fino all’associazione culturale e artistica, fino all’organizzazione delle polisportive, delle palestre, fino ai centri anziani. La differenza la fanno la tradizione civica e i rapporti di vicinato: c’è un vicinato vitale dove il commerciante, l’anziano, il parroco e il direttore didattico formano un tessuto all’interno del quale ci si scambia significati, relazioni e incontri tra generazioni. Se abbiamo un capitale sociale dove le espressioni di mutualità spontanee o organizzate sono grandi, i problemi di integrazione di prima, seconda e terza generazione non si pongono. Il problema si pone quando la struttura della città è molto rigida.

Cosa intende per struttura molto rigida?
Una struttura nella quale le funzioni sono separate: c’è un posto dove si abita e, distaccati dal quartiere residenziale, ci sono i luoghi del lavoro, di culto, dei servizi, del divertimento e del tempo libero; non c’è l’agorà. Questa è una forma di rigidità che non favorisce la socializzazione, che rende disagevole la vita quotidiana per tutte le generazioni e che diventa drammatica per le generazioni che non hanno memoria di rapporti comunitari perché sono figli dell’immigrazione. La socializzazione primaria avviene in famiglia, attraverso i rapporti tra le varie generazioni che sono presenti nella famiglia; la socializzazione secondaria avviene nel contesto nel quale si intrecciano rapporti sociali. Se la città è molto rigida e anche congestionata per certi aspetti, perché c’è un eccesso di traffico, di mobilità, di inquinamento o di fattori ambientali che non favoriscono l’incontro nello spazio pubblico, nelle piazze, nelle strade, nei giardini, è chiaro che questo processo di socializzazione secondaria diventa molto più difficile e problematico.

Come si spiega il fatto che i problemi degli immigrati di seconda e terza generazione sono meno acuti al Sud rispetto al Nord?

Si spiega proprio perché al Sud, pur essendoci dal punto di vista economico una condizione di maggiore ristrettezza rispetto al Nord, ancora sopravvive un capitale sociale di tipo comunitario:

sopravvivono i rapporti di vicinato, una naturale empatia; e questo funziona anche nelle periferie.

La presenza della criminalità organizzata in qualche modo incide?

Se a questa socializzazione secondaria fa concorrenza una socializzazione delinquenziale, ovvero esiste un soggetto criminale che attribuisce un ruolo e una funzione a questi figli di seconda generazione, le questioni si complicano. Infatti, la criminalità non è soltanto un comportamento che viola la legge, è anche un fattore che attribuisce un’identità negativa, attribuisce un ruolo negativo, attribuisce un reddito attraverso apparenti scorciatoie e allora il baricentro della questione si sposta sul potere più o meno ampio che possono avere soggetti come la criminalità comune e organizzata.

Al di là del caso della presenza della criminalità, da quello che ci ha detto, non è automatico che le seconde generazioni vivano un disagio…

Esatto, dobbiamo rifiutare il determinismo: la prima generazione viene con un progetto di vita, si predispone ad accettare le regole, fa ogni sforzo di integrazione, cerca di costruire un futuro nei luoghi dove va a investire la propria vita ed è tutto positivo; la seconda generazione vive la crisi di identità, il turbamento, quindi diventano ragazzi problematici. Non condivido questa visione meccanicista, perché la continuità di un processo di socializzazione nasce dall’investimento della famiglia d’origine e poi si elabora e si sviluppa a seconda delle condizioni ambientali che si trovano. Se queste condizioni ambientali sono tali da far condividere profondamente il senso di appartenenza a quel territorio anche a chi non vi è nato o è nato da genitori nati altrove, nella maggioranza dei casi il problema non si pone.Al contrario, il problema si pone quando c’è una città matrigna, che respinge, dove si stratificano fattori di disagio e dove l’equilibrio tra popolazione nata in quella città e popolazione pervenuta in quella città, che poi ha generato figli, è fortemente precario. A Genova ci sono alcuni quartieri dove c’è una densità di alcune componenti dell’immigrazione decisamente superiore alla media, sia della città sia nazionale; allora bisogna cercare di compensare quei fattori che si sono creati da un disequilibrio. È un tema da rilanciare ai decisori pubblici, esortandoli ad avere una visione illuminata, razionale, mossa da valori di accoglienza e di solidarietà, perché poi le soluzioni tecniche e amministrative si trovano.

Pensa che questi problemi siano risolvibili?
Sono ottimista e pessimista nello stesso tempo. Sono ottimista perché penso che l’esperienza umana, culturale, sociale, ma anche politica del nostro Paese sia molto ricca e, volendoci lavorare, si possa uscire da questa situazione di disagio. Non è un problema di fondi o di risorse: ci sono e, avendo una visione e trovando un modello condiviso, si può davvero migliorare, anche in fretta. Il mio pessimismo sta nel fatto che, invece di valutare che cosa possiamo fare con quello che abbiamo, con l’esperienza maturata, con l’ordinamento di cui disponiamo, con le professionalità presenti nei servizi, nell’amministrazione, nella scuola, nella sanità, ma anche nelle forze dell’ordine, nella giustizia, nei mestieri e nelle arti, cominciamo a trovare dei capri espiatori e a soffiare sull’allarme.

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