Alla notizia – giovedì 14 maggio, verso le ore 12 – della nomina pontificia del nostro vescovo Giampaolo ad arcivescovo metropolita di Gorizia tutti siamo rimasti sorpresi, poiché assolutamente nulla era trapelato (nessuna convocazione apposita, nessuna informazione neanche ai media diocesani, compreso questo settimanale come si è ben notato nel numero precedente): tra il clero radunato per il corso di aggiornamento è sceso un profondo silenzio! Il vescovo stesso, nel leggere la nomina del 2 maggio, ha mostrato un certo imbarazzo, rilevando che molte cose erano state avviate, molti i “cantieri” aperti, ed ha espresso il rammarico di dover lasciare questa Chiesa locale; d’altra parte – ha sottolineato, leggendo la sua risposta al papa -, come ha sempre fatto nel suo cammino sacerdotale, ha voluto dire il suo “sì” a questa nuova chiamata.
Il primo sentimento che vorremmo esprimere è, ovviamente, quello del massimo rispetto e apprezzamento per la scelta di Leone XIV, coadiuvato dal nunzio apostolico e dai suoi consiglieri; come pure per l’assenso comunicato due giorni dopo dal vescovo Giampaolo al vescovo di Roma. Il secondo, non meno importante, è un grande grazie al nostro pastore per quanto ha fatto per la nostra Chiesa particolare in questo suo pur breve episcopato, entrando nella vita delle comunità, anche le più piccole, e accogliendo paternamente o fraternamente ogni persona. Le sue Lettere pastorali e le sue omelie hanno accompagnato luminosamente il nostro cammino; la ristrutturazione della Caritas e la riflessione sulla Iniziazione cristiana si riveleranno importanti; la riorganizzazione della diocesi nelle 17 Comunità cristiane sinodali ha dato un’impronta nuova e impresso una marcia in più all’impegno di costruire comunità vive nell’ascolto della Parola di Dio e nella celebrazione corale della liturgia, in vista di una fraternità più profonda e di una missione più efficace, come ci si stava proponendo nel prosieguo del cammino tracciato. Proprio mentre stavano fiorendo i primi germogli di questa nuova semina – come pure ha rilevato – egli è stato chiamato a seminare altrove. Su questo si innesta il terzo sentimento d’obbligo che, espresso da tutti, gli rinnoviamo da queste colonne: l’augurio, cioè, e la preghiera perché il suo nuovo ministero, guidato dallo Spirito, sia fecondo di tanti frutti buoni dove ora viene inviato.
Tuttavia, ci sia permessa qualche altra riflessione. Quattro anni e tre mesi sono decisamente pochi per un ministero episcopale! C’è stato qualche caso, vicino a noi, di periodi ancora più brevi: Andrea Bruno Mazzocato fu vescovo ad Adria-Rovigo appena tre anni, per passare poi a Treviso e, dopo neanche sei, a Udine… Anche dalla nostra diocesi altri pastori sono partiti, ma – almeno in epoca recente – mai dopo così poco tempo: Giacinto Ambrosi passò egli pure all’arcidiocesi di Gorizia nel 1951 dopo quattrodici anni di ministero a Chioggia; Sennen Corrà passò alla diocesi di Concorda-Pordenone nel 1989 dopo circa tredici anni e Alfredo Magarotto alla diocesi di Vittorio Veneto dopo quasi otto anni. E’ ben comprensibile dunque – umanamente ed anche ecclesialmente – il rammarico suo e soprattutto nostro per questa partenza. Del resto, egli stesso nella risposta inviata al papa, e letta ai sacerdoti giovedì, scrive: “Nel cuore mi sembra di ‘tradire’ il piccolo gregge di una diocesi fragile e di periferia che si sta fidando di me e del cammino intrapreso”.
Dal nostro punto di vista, va evitato il rischio che un episcopato in una diocesi media (non proprio “piccola”) tra le 226 italiane sia scambiato come una sorta di apprendistato; ancor più fuorviante se l’itinerario episcopale fosse interpretato, nella mentalità corrente, a guisa di “carriera” (pericolo da cui qualche pontefice ha già messo in guardia). Non è senza significato l’anello episcopale che si indossa, quale legame simil-sponsale, abbracciando una Chiesa locale. L’ideale, anche se arduo nei dinamici tempi attuali, sarebbe – occorre dirlo, in sintonia con antichi saggi insegnamenti – che un vescovo “rimanesse” nella diocesi a cui fu inizialmente designato: come si deve giustamente rispetto alla Chiesa universale, così – ci pare – lo si dovrebbe, almeno nella misura di tempi ragionevoli, anche ad ogni Chiesa particolare di cui essa si compone.
Ciò detto, siamo lieti come Chiesa clodiense di donare ancora una volta – dopo mons. Ambrosi e mons. Dino De Antoni – un vescovo che parte da queste terre alla Chiesa sorella di Gorizia, con cui si è andato instaurando un legame del tutto singolare (del resto, impresso fin dall’origine con la chiesa-madre di Aquileia, da cui provengono i nostri patroni). Auguriamo alla Chiesa isontina che il nuovo bravo e buon pastore possa stare a lungo con loro; e d’altra parte auguriamo a noi che il prossimo vescovo possa stare in laguna e tra i nostri tre fiumi un po’ di più.

