L’inarrestabile declino della popolazione: con la tempesta perfetta della pandemia, l’Istat conferma la recessione demografica

L'Istat tira le somme sul 2020 e il bilancio, purtroppo, va nel senso che siamo abituati a considerare già da molto tempo. Anzi, è ancora più negativo, poiché la pandemia “ha accentuato la tendenza alla recessione demografica già in atto”. Al 31 dicembre dello scorso anno, data di riferimento della terza edizione del censimento permanente, i residenti in Italia erano 59.236.213, con un calo dello 0,7% rispetto al 2019 che vale 404.275 persone in meno

foto SIR/Marco Calvarese

“Il nuovo record minimo delle nascite (405 mila) e l’elevato numero di decessi (740 mila) aggravano la dinamica naturale negativa che caratterizza il nostro Paese. Il deficit di ‘sostituzione naturale’ tra nati e morti (saldo naturale) nel 2020 raggiunge -335 mila unità, valore inferiore, dall’Unità d’Italia, solo a quello record del 1918 (-648 mila), quando l’epidemia di ‘spagnola’ contribuì a determinare quasi la metà degli 1,3 milioni di decessi registrati in quell’anno”. L’Istat tira le somme sul 2020 e il bilancio, purtroppo, va nel senso che siamo abituati a considerare già da molto tempo. Anzi, è ancora più negativo, poiché la pandemia “ha accentuato la tendenza alla recessione demografica già in atto”.

Al 31 dicembre dello scorso anno, data di riferimento della terza edizione del censimento permanente, i residenti in Italia erano 59.236.213, con un calo dello 0,7% rispetto al 2019 che vale 404.275 persone in meno. Il deficit di nascite rispetto ai decessi è tutto dovuto alla popolazione di cittadinanza italiana, mentre per la popolazione straniera – che risulta pari all’8,7% dei censiti – il saldo naturale resta positivo, +50.584. “Senza il contributo fornito dagli stranieri, che attenua il declino naturale della popolazione residente in Italia, si raggiungerebbero deficit di sostituzione ancora più drammatici”, sottolinea l’Istat.
Dunque,

alla costante tendenza alla diminuzione delle nascite si è sommata l’incidenza della pandemia.

“Mentre le ragioni della denatalità vanno ricercate soprattutto nei fattori che hanno contribuito alla tendenza negativa dell’ultimo decennio (progressiva riduzione della popolazione in età feconda, posticipazione e clima di incertezza per il futuro) – osserva l’Istituto nazionale di statistica – il quadro demografico del nostro Paese ha subito un profondo cambiamento a causa dell’eccesso di decessi direttamente o indirettamente riferibili alla pandemia da Covid-19”. Il prezzo più alto in termini di incremento della mortalità è stato pagato dal Nord-ovest (+30,2% di decessi totali rispetto al 2019), con quasi il doppio dell’eccesso di mortalità della media nazionale (+16,7%). Il surplus di mortalità più alto è stato rilevato in Lombardia (+35,6%). Bergamo e Brescia si collocano ai primi posti per contributo negativo al saldo naturale. La pandemia ha inciso sulla geografia demografica del Paese anche per la drastica riduzione della mobilità interna nella prima parte del 2020 e in misura ancora più rilevante per il netto calo dei movimenti migratori internazionali. Comunque la distribuzione territoriale della popolazione è rimasta sostanzialmente immutata rispetto al censimento del 2019: il 46,3% risiede nell’Italia settentrionale, il 19,8% in quella centrale, il restante 33,8% nel Sud e nelle Isole. Più del 50% dei residenti è concentrato in 5 regioni, una per ogni ripartizione geografica (Lombardia, Veneto, Lazio, Campania e Sicilia). La popolazione al 31 dicembre 2020 è inferiore a quella del 2019 in tutte le ripartizioni, in particolare nel Mezzogiorno (-1,2% nell’Italia meridionale e -1% nelle Isole).

“Quasi ovunque, a eccezione delle province autonome di Bolzano e di Trento, a determinare la diminuzione è soprattutto la dinamica demografica recessiva del 2020”, sottolinea ancora una volta l’Istat, che in questa occasione ha utilizzato una metodologia di calcolo nuova, capace di rilevare la popolazione effettivamente residente raccogliendo tutti i “segnali di vita amministrativi”. Così sono state conteggiate come “abitualmente dimoranti” nelle regioni centrali quasi 30 mila persone in più di quelle calcolate in base alle iscrizioni anagrafiche, 20 mila in più nelle regioni del Nord-Ovest e 97 mila in meno in quelle meridionali.

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