La Corte di giustizia dell’Unione europea ha confermato la maxi-multa da oltre 4 miliardi di euro a Google, respingendo il ricorso presentato dall’azienda e dalla casa madre Alphabet per abuso di posizione dominante legato al sistema operativo Android. Una vicenda lunga otto anni che intreccia diritto della concorrenza, regole antitrust e, soprattutto, libertà di scelta degli utenti. Nel 2018, a finire al centro delle contestazioni erano stati i cosiddetti accordi di preinstallazione e antiframmentazione, che hanno consentito al colosso tecnologico di imporre Google Search come motore di ricerca prestabilito sui dispositivi Android. Secondo i giudici europei, si è trattato di pratiche idonee a falsare la concorrenza e a limitare un mercato equo.
La decisione della Corte, però, va oltre la sanzione economica e riporta al centro del dibattito pubblico il tema della libertà di scelta dell’utente-cittadino. Oreste Pollicino, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università Bocconi di Milano e membro del gruppo di esperti della Commissione europea sull’Ai Contracting, lo sottolinea in un intervento pubblicato su Agenda Digitale. “La sentenza mette al centro un tema che supera il tradizionale diritto della concorrenza: la concreta possibilità per utenti e imprese di esercitare una libertà di scelta effettiva”. All’interno degli ecosistemi digitali, osserva Pollicino, “la libertà di scelta è molto più fragile di quanto sembri”, perché “l’utente pensa di scegliere, ma spesso entra in un ambiente già predisposto”. Il rischio, conclude, è che “questa integrazione, quando si combina con una posizione dominante, si trasformi in una forma di orientamento preventivo delle scelte”.
A pagarne le conseguenze è, in sostanza, il libero arbitrio del singolo.
La sentenza afferma proprio questo: non basta sostenere – come fatto da Google – che l’utente è libero di scegliere quali strumenti utilizzare. Prim’ancora, conclude il docente, “bisogna chiedersi se quella scelta sia davvero effettiva, oppure se l’architettura dell’ecosistema renda le alternative marginali fin dall’inizio”.
Le indagini più recenti mostrano che il numero di dispositivi elettronici ha ormai superato quello degli individui che abitano il pianeta. Secondo il Global Digital Overview Report 2025, a gennaio dello scorso anno erano attivi circa 7,4 miliardi di smartphone nel mondo, con un incremento medio di oltre 360 milioni di dispositivi all’anno. Numeri che rendono evidente come la questione sollevata dalla Corte Ue riguardi potenzialmente ogni utente, non solo chi utilizza Android. Il punto, infatti, non è il singolo marchio, ma il rapporto delle persone con le logiche – spesso implicite – che regolano il funzionamento della tecnologia.
Offrire a chi acquista uno smartphone un motore di ricerca preinstallato e riconosciuto a livello globale, come Google, riduce la probabilità che l’utente scelga attivamente delle alternative per sostituire “Big G”.
Non è solo una questione economica: in gioco ci sono le modalità di accesso al sapere.
José van Dijck, studiosa olandese di media digitali, ha teorizzato il concetto di “platform society” per definire una società in cui le piattaforme costituiscono infrastrutture essenziali della vita quotidiana, dai media ai servizi pubblici. A guidarle sono i sistemi di raccomandazione, che si alimentano dei dati degli utenti e tendono a restituire contenuti coerenti con le preferenze già espresse, rafforzando così le cosiddette “bolle”.
È ciò che accade nella sezione “scelti per te”: dalle notizie sullo smartphone alle serie televisive sulle piattaforme di streaming, fino ai prodotti suggeriti negli e-commerce. La scelta individuale, pur rimanendo formalmente libera, si trasforma sempre più in una decisione orientata “a monte” dagli algoritmi e da chi li progetta e gestisce. Almeno nel caso Google, l’Unione europea una scelta consapevole l’ha presa: difendere la libertà di scelta degli utenti anche di fronte al potere delle grandi piattaforme. A distanza di otto anni, una decisione che prova a rimettere al centro l’autonomia della persona in un contesto sempre più plasmato dalle logiche del tecno-capitalismo.

