In periodi di crisi e di instabilità politica ed economica, le imprese, le parti sociali e le diverse forze politiche sono solite chiedere al Governo di adottare misure economiche volte a sostenere temporaneamente le attività produttive e i redditi dei consumatori e delle famiglie. L’Italia, però, non può intervenire in modo del tutto discrezionale, poiché esistono una serie di vincoli economici, tra cui la sostenibilità delle finanze pubbliche. Tali vincoli derivano dagli impegni che il nostro Stato ha volontariamente assunto aderendo all’Unione europea e che è tenuto a rispettare nell’elaborazione e nell’attuazione delle proprie politiche di bilancio.

(Foto Matteo Manfredi)
Gli Stati membri dell’Unione, in particolare, devono evitare situazioni di disavanzo pubblico eccessivo, poiché l’insostenibilità delle finanze pubbliche di uno Stato può produrre effetti negativi per tutti gli altri Paesi dell’Unione. A tal fine, il Trattato di Maastricht del 1992 ha introdotto specifici parametri di riferimento per la disciplina di bilancio, individuati nel limite del 3% per il rapporto tra disavanzo pubblico e Pil e nel limite del 60% per il rapporto debito/Pil. Successivamente, nel 1997, è stato adottato il Patto di stabilità e di crescita attraverso una risoluzione del Consiglio europeo e due regolamenti comunitari, con l’obiettivo di rendere più stringenti le norme del Trattato e del Protocollo allegato sulla procedura per i disavanzi eccessivi.
Nella sua configurazione originaria il Patto di stabilità si articolava in un braccio preventivo, volto a evitare l’insorgenza di disavanzi eccessivi, e un braccio correttivo, finalizzato alla loro correzione. Tale struttura era concepita per garantire la solidità delle finanze pubbliche e per indirizzare gli Stati membri verso percorsi di risanamento fiscale quando necessario. Tuttavia, la riforma del 2011, adottata a seguito della crisi del debito sovrano, ha progressivamente rafforzato i meccanismi di sorveglianza fiscale e reso più stringenti i vincoli posti alle politiche di bilancio nazionale. La crescente attenzione al contenimento del debito ha indotto altresì alcuni Stati membri, in particolare quelli caratterizzati da elevati livelli di debito pubblico come l’Italia, ad adottare riforme finalizzate alla riduzione dei disavanzi, che spesso si sono tradotte in riduzioni della spesa pubblica.
A seguito dello scoppio della pandemia di Covid-19 del 2020, il Consiglio (composto dai ministri degli Stati dell’Ue) ha attivato, su proposta della Commissione europea, la clausola di salvaguardia generale del Patto di stabilità e crescita, che ha consentito agli Stati membri di discostarsi dai vincoli previsti dal Patto stesso per fronteggiare l’emergenza attraverso politiche di spesa e di investimento finalizzate al sostegno dei sistemi economici nazionali. Anche alla luce delle conseguenze economiche e finanziarie generate dalla crisi pandemica, nel 2024 il legislatore dell’Unione ha adottato una riforma del Patto che mira, da un lato, a rafforzare la sostenibilità delle finanze pubbliche, e dall’altro, a promuovere una crescita sostenibile e inclusiva. Tra le principali innovazioni introdotte figurano l’adozione di percorsi di aggiustamento fiscale differenziati per ciascuno Stato membro sulla base della propria situazione debitoria, nonché la possibilità di estendere il periodo di aggiustamento fino a sette anni qualora lo Stato si impegni ad attuare riforme e investimenti considerati prioritari per gli obiettivi dell’Unione.
In questo contesto si inseriscono anche le nuove modalità e i presupposti per l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale. Nel 2025, ad esempio, la deroga ai vincoli del Patto è stata attivata principalmente per consentire un incremento della spesa per la difesa, in risposta all’attuale crisi internazionale e al protrarsi del conflitto in Ucraina. In particolare, è stata prevista la possibilità di combinare la flessibilità della clausola con ulteriori strumenti, tra cui una parziale riallocazione dei fondi di coesione, l’estensione dell’azione della Banca europea per gli investimenti al settore della difesa e l’istituzione di uno strumento finanziario dedicato: il regolamento 2025/1106 (Safe). Quest’ultimo autorizza la Commissione europea a raccogliere fino a 150 miliardi di euro sui mercati dei capitali, destinati a prestiti a lungo termine garantiti dal bilancio dell’Unione, finalizzati al rafforzamento delle capacità militari tramite appalti congiunti tra Stati membri.
A seguito della guerra in Iran, alcuni Stati, tra cui l’Italia, hanno sostenuto la necessità di ampliare la nozione di sicurezza europea, includendovi non soltanto la dimensione militare, ma anche quella energetica. Il governo italiano ha pertanto ritenuto urgente prevedere una maggiore flessibilità fiscale per consentire l’adozione di misure volte a mitigare gli effetti dell’aumento dei prezzi dell’energia su imprese, famiglie e consumatori.
In risposta a tali sollecitazioni, il 3 giugno scorso la Commissione europea ha aperto alla possibilità di introdurre una forma limitata di flessibilità specificamente dedicata agli investimenti energetici. La proposta prevede la possibilità per gli Stati membri di destinare fino allo 0,3% del Pil annuo, nel periodo 2026-2028, a misure finalizzate al rafforzamento della resilienza energetica, con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil. Tale flessibilità si inserirebbe entro i margini già previsti dalla clausola di salvaguardia nazionale per la difesa (pari all’1,5% del Pil complessivo), con la possibilità, per gli Stati che abbiano già esaurito tale spazio fiscale, di superare detta soglia previa valutazione della sostenibilità del debito. Resta tuttavia fermo che la deroga riguarderebbe esclusivamente gli investimenti e non le misure di natura corrente, quali sussidi generalizzati o interventi sulle accise.
Il quadro delineato rappresenta un esempio significativo della capacità delle istituzioni dell’Ue di adattare le disposizioni sulla governance economica alle situazioni di crisi. Esso evidenzia altresì il ruolo svolto dai governi italiani, e in particolare dai diplomatici e dai membri della rappresentanza italiana a Bruxelles, nel promuovere nel corso degli anni un dialogo costruttivo con le istituzioni dell’Unione, contribuendo all’elaborazione di soluzioni innovative e funzionali al rafforzamento del processo di integrazione europea.
*docente di Diritto dell’Unione europea – Università di Palermo

