Torna alla cronaca la tragedia di Crans-Montana. A far discutere stavolta è la richiesta al nostro Paese da parte dell’ospedale svizzero Sion, di saldare il conto relativo alle cure somministrate ai tre ragazzi italiani in seguito alla tragedia del locale “Le Constellation”. Alle famiglie dei sopravvissuti è stata infatti inviata copia delle fatture per i trattamenti ricevuti per un totale di 108mila euro: tre parcelle da 17.030 franchi e una da 66.810 per un solo giorno di degenza.
Nonostante l’ondata di sdegno che ha travolto l’opinione pubblica, l’Ufficio federale delle assicurazioni sociali ha confermato ufficialmente che le spese mediche per i feriti italiani dovranno essere rimborsate dal nostro servizio sanitario nazionale. Da qui è iniziato un rimpallo di responsabilità tra lo Stato italiano e quello svizzero, su chi debba liquidare le spese sostenute per i tre ragazzi. Da una parte la confederazione che chiede al nostro sistema sanitario il pagamento di quanto dovuto, dall’altra parte il governo italiano richiama al principio di sussidiarietà messo in atto in queste circostanze.

(Foto ANSA/SIR)
Ma “farsi largo tra normative e accordi non è sempre facile – spiega al Sir Vicenzo Antonelli, docente di diritto della sanità all’università degli studi di Catania e dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma-. Quando si parla di rimborsi, bisogna distinguere tra Paesi che fanno parte dell’Unione europea e Paesi extra Ue. Di solito, in Europa il servizio sanitario nazionale di ogni stato membro, garantisce, in caso di bisogno, le stesse cure e prestazioni dei propri assistiti ai cittadini degli altri paesi. Inoltre, trattandosi di cure a carattere emergenziale, non c’è bisogno di autorizzazione da parte del sistema nazionale di origine. Solo alla fine di ogni anno gli Stati compensano reciprocamente le prestazioni offerte”.
Pur non facendo parte dell’Unione – prosegue Antonelli – Stati come la Svizzera, così come l’Islanda, il Lichtstein e la Norvegia, dovrebbero adeguarsi e seguire le stesse regole; se dunque un italiano si trovasse in uno dei cantoni elvetici per una vacanza e avesse bisogno di una prestazione sanitaria urgente, può utilizzare la propria tessera sanitaria, che vale come tessera europea di assicurazione malattia”.
Ma se il sistema sanitario italiano, nato con la riforma del 1978 e finanziato con le tasse pagate dai cittadini, garantisce l’accesso alle cure mediche a tutta la popolazione basandosi sui principi di equità e solidarietà, per altri paesi non è così. Il sistema sanitario svizzero si basa invece sull’obbligo, valido per tutti i residenti, di stipulare un’assicurazione malattie di base (LAMal) presso una cassa malati privata. Ogni cittadino svizzero ha quindi la possibilità di scegliere tra circa cinquanta casse riconosciute, che offrono le stesse prestazioni base per legge. Oltre al premio base, l’assicurato paga una franchigia annuale oltre che una quota, pari al 10%, sulle spese eccedenti.
“La particolarità della Svizzera – continua Antonelli – è che il sistema sanitario nazionale si basa su forme di assicurazioni indirette. In pratica, una volta offerte le cure necessarie, viene richiesto al paziente il pagamento delle prestazioni. Sarà lui poi a rivalersi sulla propria assicurazione competente. Lo stesso meccanismo è stato utilizzato dagli ospedali svizzeri che, in questo caso, hanno deciso di rivalersi sulle Asl italiane. Al di là della immane tragedia, sotto il profilo strettamente sanitario, se questa bruttissima esperienza fosse avvenuta negli Stati Uniti, avremmo avuto lo stesso problema. Comunque – aggiunge – se la Svizzera continuerà a richiedere il saldo delle fatture all’Italia temo che si avvieranno azioni giudiziarie per dare seguito a quanto richiesto. Di sicuro – conclude Antonelli – credo ci poteva essere una maggiore prudenza e sensibilità nella gestione del caso”.

