Graglia: “Non è ancora una primavera ungherese”

Alle elezioni ha sconfitto Orban e ora Peter Magyar assesta le prime mosse da prossimo premier dell’Ungheria. Si distanzia da Putin, strizza l’occhio alla Ue. Si aprono nuovi scenari anche se, spiega l’esperto dell’Università di Milano, “il sovranismo ungherese non è sconfitto né consegnato al passato”. Ed evoca una possibile “dottrina Spinelli”

(Foto AFP/SIR)

La netta vittoria di Peter Magyar nelle elezioni parlamentari del 12 aprile in Ungheria, che di fatto scalzano il premier uscente Viktor Orban dopo 16 anni al potere, hanno fatto il giro del mondo. L’Ungheria di per sé non è un Paese di primo piano sullo scacchiere mondiale, eppure i media e l’opinione pubblica si sono tuffati sulla notizia. L’ex aderente a Fidesz, partito di Orban, poi fondatore della formazione Tisza che ora conta due terzi dei seggi del parlamento, dovrà dimostrare di prendere in mano il Paese, messo in mora in sede Ue per le continue prese di posizione anti-europee del suo predecessore. La situazione interna non appare rosea: durante la sua prima conferenza stampa, Magyar ha sostenuto che il ministro degli Esteri orbaniano, Péter Szijjarto, starebbe “distruggendo documenti relativi alle sanzioni” contro la Russia, evocando addirittura “i tempi del comunismo”. E mentre prende le distanze da Mosca, il vincitore delle elezioni, interrogato sul prestito all’Ucraina bloccato da Orban, ha detto: “L’Ungheria ha ottenuto un opt-out. Otto partner dell’Ue lo hanno accettato e dicendo questo penso di aver risposto”. “Magyar viene da Fidesz, non possiamo dimenticarlo”, spiega al Sir Piero Graglia (nella foto), docente di Storia delle relazioni internazionali e presidente del corso di laurea in Scienze internazionali e istituzioni europee dell’Università degli Studi di Milano.

(Foto SIR/P.G.)

Professore, nutre dubbi sul cambio di passo dell’Ungheria?
In campagna elettorale Magyar ha mostrato di voler segnare le distanze dalla Russia e, a parole, ha dichiarato di voler riavvicinare il Paese all’Ue. Dalle sue prime mosse, ma anche dalla sua storia, il vincitore conferma la volontà di mettere davanti gli interessi del suo Paese: tanto che al suo esordio ha anche dichiarato di non voler rinunciare al petrolio russo. È certamente più moderato di Orban, ma per un cambiamento assoluto e immediato nei rapporti con l’Unione europea dobbiamo vedere le sue prime mosse. Secondo me la novità è notevole rispetto alla “democrazia illiberale” di Orban, ma non ci sono ancora molti elementi per parlare di una “primavera ungherese”. D’altro canto, i cosiddetti sovranisti, e Magyar lo è, sono europeisti quando conviene loro. Diciamo così: il sovranismo ungherese non è sconfitto né consegnato al passato ma ha perso le sue caratteristiche più estremiste e radicali.

Però ha più volte dichiarato di voler “far tornare” l’Ungheria in Europa.
Occorre riconoscere che un’apertura verso l’Ue c’è stata: Magyar potrebbe comprendere, e forse dimostrare, che il vero sovranismo, nel senso della difesa degli interessi nazionali in un mondo con sfide globali, è solo quello che si adatta all’interdipendenza europea senza arroccarsi sul giardinetto di casa propria. Un “sovranismo sovranazionale”, per molti un ossimoro inaccettabile, ma l’unico che funziona e non divide.

Da questo cambio di governo a Budapest si può ritenere che la Russia perda una quinta colonna in Europa?
Sì, questo è vero. Il fatto che Putin non voglia riconoscere la vittoria di Magyar, affermando che ora l’Ungheria non è più un Paese amico della Russia, segna una discontinuità. Da confermare, anche da parte di Magyar. Tuttavia, la folla che grida “Russi a casa”, come nel 1956, dà un segnale abbastanza chiaro.

Putin e Trump si era spesi per la vittoria di Orban, ma il voto è andato in un’altra direzione…
Certamente il Presidente americano e l’autocrate russo escono sconfitti da questa votazione. E, con loro, i rispettivi amici e sostenitori. Mi viene da dire che questa sconfitta fa ugualmente male ai disegni disgregatori dell’Ue di Trump, e ai tentativi di Putin di avere una quinta colonna nel Consiglio dell’Ue.

Lei è uno studioso di Spinelli e del Manifesto di Ventotene. Vi si tratteggia un’idea di Europa unita e di un nuovo ordine internazionale. Nel complesso e instabile quadro attuale, le pressioni di Trump sull’Europa, tra minacce e dazi, a cosa porterà?
Penso che l’Europa abbia bisogno di ritrovare la propria coesione, forza, solidarietà interna e una voce autorevole sulla scena mondiale. E qui torna alla memoria la “dottrina Monroe” del 1823.

Cioè?
Monroe sosteneva il principio dell’“America agli americani”, contro nuove colonizzazioni o ingerenze dell’Europa nel continente americano. Allo stesso modo è tempo che l’Europa, l’Unione europea, impari a comportarsi così nei confronti di ingerenze esterne, che oggi vengono dagli Stati Uniti e dalla Russia, ma non solo. Potremmo evocare una “dottrina Spinelli” per rendere omaggio a un grande europeo. L’Europa non è un campo di gioco per forze esterne, ma ha cercato, e cerca, da settant’anni la sua strada con i suoi valori e le sue idee di coesistenza e solidarietà.

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