“Come sul lago di Tiberiade, siamo spaesati, ma non smarriti”. Mons. Francesco Beneduce, vescovo ausiliare di Napoli e presidente della Commissione episcopale per il clero e la vita consacrata, guarda così all’incontro di Leone XIV con i sacerdoti italiani dell’11 e 12 dicembre, a un anno dalla lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro. Con questa intervista il Sir apre un percorso di avvicinamento all’appuntamento: dalla vita quotidiana dei preti alla fraternità, dalla corresponsabilità alla formazione dei seminaristi.

(Foto CEI)
Eccellenza, perché questo incontro è importante per i sacerdoti italiani?
La Presidenza della Cei ha voluto fare eco alla lettera che il Papa ha scritto per i sessant’anni di Optatam totius e Presbyterorum ordinis. Il nostro tempo, come direbbe la Gaudium et spes, intreccia gioie e speranze, sofferenze e dolore, e investe ciascun presbitero. L’incontro è un segno della premura materna della Chiesa verso i suoi preti. Penso a Pietro sul lago di Tiberiade dopo la risurrezione: non sa che cosa fare. Ci sono tempi in cui il Risorto sembra nascosto e scende la notte. Vogliamo ripeterci che Egli c’è, ci sta accanto e guida la Chiesa. Siamo spaesati, ma non smarriti.
Dove si annida, concretamente, questa notte?
Ogni presbitero desidera portare il lievito del Vangelo, che è lievito di comunità, eppure a volte, nelle famiglie come nelle parrocchie, la rivendicazione di sé prevale sulla cura degli altri.
Penso poi ai giovani: stanno lanciando un grido, mentre tante voci promettono loro una felicità immediata. Dopo il Covid, inoltre, è esplosa un’erosione della pratica religiosa già in atto.
Il ricordo può farsi nostalgia, fino alla rassegnazione e all’autosvalutazione. Per questo andiamo da Pietro: è stato il primo a sentirsi spezzato, ma Gesù lo attendeva sulla riva per ricostituirlo pastore.
Molti parroci sono gravati da incombenze amministrative, molti preti vivono da soli. Porteranno questi pesi a Roma?
Il mondo è cambiato e il modo di esercitare le responsabilità non è più quello di qualche decennio fa. Burocrazia e carenza di clero costringono a correre da una parte all’altra, soprattutto nelle aree interne che si spopolano. La pandemia, però, ci ha mostrato che a reggere è la storia di una comunità, più del singolo sacerdote. Dove la gente sa ritrovarsi, celebrare con gioia e condividere le fatiche, la fede resta viva. È questa la sinodalità: camminare insieme senza scoraggiarsi, anche dentro le solitudini che segnano molti presbiteri.
Lei ha guidato a lungo il Seminario campano interregionale di Posillipo. Che cosa è cambiato nei giovani che vi bussano?
La lettera del Papa si apre con un’immagine: un prete felice è contagioso. La difficoltà maggiore, nella formazione, nasce da una cultura sbilanciata verso l’autonomia, verso il non aver bisogno di nessuno. L’individualismo è un virus da disinnescare in ciascuno di noi e alimenta perfino l’illusione del parroco monocratico. Per questo la corresponsabilità diventa la sfida decisiva: un giovane deve scoprire la bellezza di procedere più lentamente e di condividere il cammino.
Gli è chiesto un esodo da se stesso, contro una cultura che porta a pensare, con Sartre, che “l’inferno sono gli altri”.
Da cinque anni è vescovo ausiliare a Napoli. Quale responsabilità hanno i vescovi verso i loro preti?
Con l’arcivescovo, il card. Domenico Battaglia, e gli altri vescovi abbiamo cercato di vivere una paternità e una fraternità che mettono al centro la persona.
Nessuno è sbagliato.
Chi chiede aiuto può ripartire dal punto in cui si trova, con qualcuno che gli cammina accanto. Nella Conferenza episcopale campana un confratello osservava: “Non dobbiamo occuparci dei preti solo quando emerge un problema”. Forse ci è chiesta una conversione, un modo nuovo di stare in relazione.
Che frutto si attende da questo pellegrinaggio?
Che sia vissuto anche con il corpo, da chi parte e da chi non potrà farlo. Sulla tomba di Pietro si torna idealmente su quella riva, davanti a Gesù che ci domanda se lo amiamo. Persino le fatiche del viaggio diventano occasione per ripensare alla propria vocazione, al giorno dell’ordinazione, agli anni di ministero. Spero che ne nascano la fierezza di aver risposto a una chiamata e il desiderio di proseguire la missione a cuore pieno, dentro le difficoltà del nostro tempo e del nostro cuore.

