Dall’Arma dei carabinieri a Gerusalemme. Manuel Grasso: “Ero alla continua ricerca di certezze, ma le certezze non bastavano”

Siciliano, 35 anni, fino a settembre maggiore dell’Arma, Manuel Grasso ha lasciato la divisa e oggi vive a Gerusalemme per proseguire il suo discernimento. Dalla prima Comunione ricevuta da Giovanni Paolo II all’inquietudine di una vita “piena”: “Mi sono ascoltato seriamente e mi sono arreso”

(Foto Manuel Grasso)

Una vocazione può manifestarsi anche senza un evento straordinario. A volte prende forma in una decisione impegnativa, maturata nel tempo, che mette in discussione una vita apparentemente compiuta. Perché non sempre è una crisi a costringerci a rivedere le nostre scelte: talvolta è proprio il fatto che tutto sembri andare secondo i piani a far emergere una domanda rimasta troppo a lungo inascoltata.
Manuel Grasso, siciliano d’origine, aveva realizzato molti dei sogni coltivati da ragazzo: un lavoro che amava, una famiglia, gli amici e un ruolo nella società. Eppure, anche dentro una vita di cui era soddisfatto, continuava a sentire un’inquietudine che nessun traguardo riusciva a placare.
Oggi ha lasciato l’Arma dei carabinieri e si trova a Gerusalemme, a Casa Kérigma, per proseguire il proprio discernimento. La sua storia richiama la parabola evangelica del giovane ricco, ma non ne anticipa il finale. Il punto, infatti, non è sapere già dove lo condurrà la chiamata, ma trovare il coraggio di non ignorarla più. Raggiunto telefonicamente, Manuel ha accettato di raccontare le tappe di questo percorso, a partire da un ricordo intimo: la sua prima Comunione.

Il primo incontro con Gesù Eucaristia avviene per mano di san Giovanni Paolo II. Che cosa ricordi di quel momento?
Partirei dall’estate del 2000. Mi trovavo a casa e seguivo in tv la diretta della Gmg di Tor Vergata. Mi ha segnato profondamente il messaggio di Giovanni Paolo II, che si rivolgeva a quei ragazzi chiamandoli “sentinelle del mattino”.

Ho fatto mio il suo invito a non rassegnarmi a un mondo in cui tutto sembra andare male.

La prima Comunione, l’anno successivo, è stata un grande dono. Ero tesissimo. Avevo preparato una lettera da consegnare al Santo Padre, che poi per la paura non ho mai tirato fuori dalla tasca. Qualche mese più tardi ho ripetuto la celebrazione con i miei compagni del catechismo nella mia parrocchia, a Linera, e ci siamo impegnati ad andare tutte le domeniche a Messa. Io quella promessa l’ho presa molto seriamente. Penso che la Messa domenicale abbia influito in maniera determinante sulla mia vita.

Nel Vangelo, il giovane ricco ha seguito i precetti che gli sono stati insegnati, ma sente che gli manca qualcosa. Ti riconosci in lui?
Effettivamente è un brano in cui mi sono riconosciuto nell’ultimo periodo. Non mi mancava nulla. Quei sogni che avevo da ragazzo si erano realizzati. Ma nonostante questo sentivo ancora un’inquietudine interiore che non riuscivo più a colmare. Era strano, perché della mia vita ero soddisfatto. Potrei dire felice. Io voglio vivere invece quella dimensione della “gioia piena”. Sensazioni che sento solo quando sperimento il Vangelo.

Quando hai capito che quell’inquietudine non sarebbe scomparsa semplicemente andando avanti?
Le cose andavano troppo bene. Come mai in una vita così piena era presente ancora un’inquietudine? Che cosa mi mancava? Solo una cosa avevo sempre messo da parte, anche forzatamente: la risposta a una chiamata che sento ancora.

Continuava a emergere sempre più insistentemente. Alla fine mi sono ascoltato seriamente e mi sono arreso.

Quanto è stato difficile mettere in discussione una vita che amavi?
Ci ho messo 35 anni per capirlo. Ero alla continua ricerca di certezze, ma le certezze non bastavano ad affievolire quell’inquietudine. Più certezze costruivo, più l’inquietudine emergeva. A che cosa serviva conquistare il mondo, se poi sentivo che c’era sempre qualcosa che mancava?

Manuel Grasso con il card. Pierbattista Pizzaballa a Gerusalemme

Manuel Grasso (a destra) con il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme (Foto Manuel Grasso)

Scegliere significa anche rinunciare alle altre possibilità. Ti fa paura?
La libertà è affascinante come idea. Ma quando hai una strada tracciata, quando hai qualcuno che ti dice che cosa fare, in realtà sei in una situazione confortevole. Quando sei libero hai a che fare con la responsabilità della scelta. Per questo la mia è la ricerca della verità di me stesso e di quello a cui sono chiamato. Solo se ricerco la verità posso fare bene e posso quindi essere libero.

Che cosa significherebbe per te fallire questo discernimento?
Se ci si affida, il discernimento non è mai un fallimento. Qualsiasi strada si intraprenda, se scelta all’interno di un percorso serio, non può mai essere un fallimento.

Oggi molti continuano a chiamarti “maggiore” o “comandante”. Quanto pesa il tuo passato in questo presente?
Il passato non è qualcosa da cancellare. Anzi, è la base su cui vivere il presente e attraverso cui posso costruire il mio futuro. La mia scelta è maturata attraverso questo cammino lungo 35 anni: la storia passata è preziosa e ne faccio tesoro.

Che cosa speri di trovare a Gerusalemme?
Per un cristiano Gerusalemme è una città nella quale la Parola acquista una concretezza particolare. È poi una città complessa, segnata dalla presenza di popoli, religioni e culture differenti e, nello stesso tempo, da tante ferite. Penso che vivere qui possa aiutarmi a comprendere che cosa significhi

cercare Dio non fuori dalla storia, ma dentro la storia concreta degli uomini.

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