Gmg 2027. Da Seul al confine con la Corea del Nord: “Che cosa facciamo noi della libertà che abbiamo?”

Il racconto dei due giovani volontari italiani a Seul per la Gmg 2027 dall’Osservatorio della pace di Ganghwa, davanti alla Corea del Nord: le famiglie separate dalla guerra, i binocoli puntati sull’altra riva del fiume e una domanda sulla libertà

(Foto Sir)

(Foto Sir)

Da quando siamo arrivati a Seul, ci è capitato spesso di sentir parlare del confine tra le due Coree. Per chi vive qui quella linea è una ferita: è una storia che riguarda famiglie, ricordi, persone che ancora oggi vivono lontane le une dalle altre. Lo sapevamo, almeno in teoria. Ma una cosa è sentirne parlare, un’altra è trovarsi lì davanti.
Siamo andati sul confine, all’Osservatorio della pace di Ganghwa, uno dei punti più vicini alla Corea del Nord. Tra noi e l’altra Corea c’era il fiume. Lo si potrebbe attraversare a nuoto, eppure è una distanza che nessuno può percorrere. Dall’altra parte c’era un Paese che era lì, proprio davanti a noi. È stata la vicinanza a colpirci di più.
Prima di arrivare alla terrazza, ci siamo fermati davanti a un piccolo altare. Una musica accompagnava quel luogo e raccontava, senza bisogno di molte parole, la storia di chi è stato sepolto lontano da casa e di tante famiglie separate dalla guerra. Genitori, fratelli, figli che si sono salutati pensando di potersi rivedere presto e che invece non hanno più avuto la possibilità di farlo. Siamo rimasti lì qualche minuto, in silenzio.

(Foto Sir)

Poi siamo saliti, ed è stato strano vedere come cambiasse il modo di guardare lo stesso paesaggio. C’era chi si fermava a fare una foto sorridendo, con la Corea del Nord sullo sfondo. Eppure il contrasto con quello che avevamo appena visto era forte. Pochi metri prima avevamo davanti agli occhi la storia di famiglie divise; sulla terrazza, invece, quel confine poteva sembrare quasi una semplice attrazione da fotografare. Anche noi, in fondo, eravamo lì per guardare. Anche noi abbiamo usato i binocoli. Si inserisce una moneta, si punta l’obiettivo e dall’altra parte del fiume si distinguono campi, edifici, in lontananza qualche persona. È stato forse questo il momento che ci ha fatto riflettere di più.
Per qualche minuto stavamo guardando un Paese attraverso un binocolo, da una posizione sicura e privilegiata. Ma quelle persone che vedevamo da lontano hanno una vita che noi difficilmente possiamo immaginare.

(Foto Sir)

Da lì il pensiero è andato quasi da solo alla libertà. Ci siamo resi conto di quante cose che per noi sono normali, in realtà, non lo siano per tutti: poter viaggiare, scegliere dove vivere, dire quello che pensiamo, incontrare persone diverse, decidere della nostra vita. Sono aspetti talmente quotidiani che spesso non ci facciamo nemmeno caso. Noi siamo a Seul perché lo abbiamo scelto. Guardando quel fiume ci siamo accorti di come possiamo vivere la nostra libertà, di cui la nostra presenza qui è espressione.
Siamo tornati in città con molte domande e poche risposte. Una domanda ci è rimasta impressa più delle altre: che cosa facciamo noi della libertà che abbiamo?

(*) Mariasole Maggiolo ed Emanuele Francescut sono i due giovani volontari scelti dal Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei per collaborare con il comitato organizzatore locale della Gmg di Seul 2027

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