Da Haifa ad Acri, da Nazareth al resto della Galilea, mentre la guerra continua ad alimentare paura, diffidenza e rancore tra comunità che da decenni condividono lo stesso territorio, le scuole della Custodia di Terra Santa, in Israele, cercano ogni giorno di percorrere una strada diversa: quella dell’incontro, del dialogo e della pace. Una missione educativa che affonda le radici in quasi quattro secoli di storia francescana e che, dopo il 7 ottobre 2023, ha assunto un valore ancora più urgente.
“Noi testimoniamo che è possibile vivere insieme”.
Fra Badie Elias, responsabile delle scuole della Custodia di Terra Santa ad Acri, Nazareth e Cana, oltre che superiore del convento francescano di Haifa, sintetizza così, al Sir, il senso di un impegno quotidiano che coinvolge migliaia di studenti, in larga parte musulmani, nelle scuole custodiali del nord di Israele. In un contesto segnato dalla guerra a Gaza, dalle tensioni in Cisgiordania e dalle profonde lacerazioni che attraversano la società israeliana, il religioso francescano osserva come dopo il 7 ottobre l’odio e la diffidenza siano diventati più evidenti. “In parte c’erano già, ma non erano così visibili. Oggi basta guardare i mezzi di comunicazione per vedere quanto odio sia emerso tra le persone”.

Scuola di Terra Santa Nazareth (Foto Cts)
Modello alternativo. È proprio in questo scenario che le scuole francescane cercano di offrire un modello alternativo.
“Nelle nostre scuole c’è una caratteristica particolare: educare alla pace, alla conoscenza dell’altro e al rispetto reciproco. Non accogliamo soltanto cristiani ma studenti di tutte le religioni. Mostriamo così che si può convivere, riconciliarsi e costruire relazioni senza conflitti”.
Le scuole della Custodia, alcune delle quali tra le più antiche della regione, rappresentano una presenza storica consolidata. Quella di Acri risale al 1620, quella di Nazareth al 1640. Da quasi quattro secoli, sottolinea fra Badie, i francescani portano avanti una missione educativa che vuole essere “un segno di speranza”, dimostrando che la convivenza non è un’utopia ma una possibilità concreta.
Nello spirito di san Francesco. Nelle aule questa sfida assume anche i tratti dello spirito francescano. Ad Acri circa l’80% degli studenti è musulmano, mentre a Nazareth la percentuale supera il 60%. “Cerchiamo sempre di trasmettere lo spirito di san Francesco, il suo modo di essere, il suo spirito di riconciliazione. Sentiamo che san Francesco è presente nelle nostre scuole e le protegge”. Un approccio che, racconta il francescano, viene riconosciuto anche dalle autorità educative arabe del nord di Israele. Recentemente, ricorda, un responsabile dell’istruzione araba ha affermato che “le scuole dovrebbero essere come quelle dei francescani” per la capacità di “coniugare umiltà, tolleranza, vicinanza agli studenti e rispetto reciproco”.
Porte aperte a tutti. L’impegno non si è fermato neppure durante la guerra. Le scuole della Custodia hanno aperto le proprie porte alla popolazione sfollata dalla Galilea settentrionale, accogliendo famiglie e offrendo assistenza materiale. “Durante la guerra abbiamo aperto le nostre scuole per accogliere la gente. Abbiamo organizzato tende, distribuito cibo e aiutato in molti modi”. Un’esperienza che il religioso definisce uno dei segni più concreti della convivenza possibile: “Le nostre scuole sono diventate rifugi per intere città, ad Haifa, Nazareth e Acri. Le porte erano aperte a tutti”.
Cura delle famiglie. Particolare attenzione è stata riservata anche alle famiglie colpite dalla crisi economica seguita al conflitto. “Per noi la cosa più importante è il ragazzo. Il fatto che una famiglia non abbia soldi non può impedire a uno studente di ricevere un’istruzione”. Molti nuclei familiari non riuscivano più a sostenere le rette scolastiche e la Custodia è intervenuta per evitare che i giovani rinunciassero agli studi.
“Non possiamo permettere che un ragazzo perda il proprio futuro a causa di una crisi economica aggravata dalla guerra”.
Per fra Badie, educare significa guardare oltre il presente. “Noi non ci limitiamo a insegnare. Educhiamo alla responsabilità personale, alla maturità umana. Accompagniamo ogni studente affinché possa sviluppare le proprie capacità e affrontare al meglio il domani”.
E quando gli si chiede se un futuro di convivenza sia ancora possibile, la risposta arriva senza esitazioni: “Certamente. Dobbiamo ascoltare l’altro e rispettarlo. Prima di tutto occorre riconoscere chi è l’altro. L’altro non è un nemico, ma una persona con cui è possibile parlare, costruire un rapporto e vivere insieme”. Una lezione ‘semplice’ che le scuole della Custodia continuano a trasmettere ogni giorno tra i banchi di una Terra Santa ferita dalla guerra ma non ancora rassegnata.

