22 ottobre – Giovanni Paolo II: l’eredità viva nelle testimonianze di chi lo ha conosciuto

Nel volume di Monika Jabłońska, ecclesiastici, artisti, politici, intellettuali e collaboratori ripercorrono la figura di Giovanni Paolo II mettendo in luce la sua straordinaria capacità di ascolto, il rapporto personale con le persone e la forza trasformativa della sua testimonianza. Un libro che contribuisce a custodire la memoria di Wojtyła al riparo da semplificazioni, nostalgie e revisionismi

È in libreria da alcuni mesi, in traduzione italiana, il libro “Giovanni Paolo II. Testimonianze” (Editoriale Romani) che raccoglie 48 interviste di Monika Jabłońska a ecclesiastici, artisti, politici, giornalisti, storici. L’autrice, studiosa polacca naturalizzata statunitense, non è alla ricerca di aneddoti o nuovi dettagli biografici su Giovanni Paolo II, che tuttavia abbondano dal momento che, tra le personalità intervistate, diverse hanno conosciuto a fondo il papa polacco e collaborato con lui, da Cracovia a Roma. È il caso, ad esempio, di Eugeniusz Mróz, suo vicino di casa e compagno di classe dalla quinta elementare fino agli esami di maturità, che ci trasporta con i suoi ricordi nell’appartamento di Wadowice “pieno di libri, arte devozionale e foto di famiglia”, dove Karol e il padre iniziavano la giornata cantando inni religiosi con “voce meravigliosa, potente e risonante”.

Il libro è una miniera di racconti su Wojtyła, ma l’intento dell’autrice è piuttosto comprendere l’attrazione che Giovanni Paolo II ha esercitato sulle persone con cui è venuto in contatto lungo gli anni. Così Newt Gingrich, già Speaker della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, esprime ammirazione per la “capacità unica di guardare dentro le persone, capirle e ispirare il meglio in loro” e parla di un potere “trasformativo” di Giovanni Paolo II, che “cercava sempre di aiutarti a trovare un significato più ampio nella tua vita e una causa più grande a cui dedicarti”.
Emerge la figura di Karol Wojtyła, filosofo personalista che ha praticato in prima persona l’arte dell’ascolto e della conversazione con gli altri. Osserva il regista Krzysztof Zanussi: “Wojtyła era molto attento alle persone con cui parlava… Si sentiva che ti faceva una domanda perché voleva davvero sentire la tua risposta”. E Norman Davies, insigne storico britannico, dopo acute osservazioni sull’anomalia della Polonia comunista, dove la Chiesa del primate Wyszyński aveva trovato il modo di convivere con il regime di Gomułka, conclude che Giovanni Paolo II era “una figura amichevole che si abbassava al tuo livello. Dava fiducia alle persone”.
Assai rilevanti, per la ricostruzione dei rapporti tra la Santa Sede e gli USA alla fine del Novecento, sono le interviste ad alcune personalità statunitensi, da Michael Reagan a Peter Robinson, rispettivamente figlio e ghost writer del presidente Ronald Reagan. Come pure le notazioni del polonista Stanisław Dziedzic su un aspetto ancora poco indagato della personalità di Wojtyła, ossia il suo amore per la letteratura polacca, nonché la sua produzione poetica e teatrale giovanile. Mentre i due fotografi sempre al suo seguito, Arturo Mari e Grzegorz Gałązka, riflettono sulla capacità espressiva del volto e dei gesti di Wojtyła, che traeva origine dalla sua concentrazione nella preghiera.
“Giovanni Paolo II. Testimonianze” è un libro che si legge con interesse e che si contrappone alla tendenza alla “banalizzazione dell’eredità” di Giovanni Paolo II, come nota Paweł Skibiński. Esiste infatti “il rischio oggettivo che con il passare del tempo la personalità e l’opera di Giovanni Paolo II svaniscano dalla memoria delle persone. O, peggio ancora, che la memoria collettiva si trasformi gradualmente in qualcosa di puramente sentimentale, nostalgico, emotivo”, osserva con lucidità Gian Franco Svidercoschi, che ricorda come Andrea Riccardi abbia messo in guardia su “un istintivo e diffuso revisionismo che tende ad allontanare e rimpicciolire le grandi figure”.

 

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