La fragilità appartiene a tutti. È la chiave di lettura con cui si chiude l’incontro promosso in Vaticano dal 7 al 14 ottobre per i dieci anni di Amoris laetitia. Nel briefing conclusivo, mons. Philippe Bordeyne, preside del Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II e coordinatore degli esperti, ha spiegato che il rapporto di sintesi ne parla, sulla scia di Magnifica humanitas, come della “condizione comune” dell’umanità: “Non è un’etichetta che si mette su una persona” per escluderla dalla comunità cristiana. Il testo, approvato all’unanimità dalla commissione e discusso oggi pomeriggio, sarà ora consegnato a Leone XIV, che si è riservato di riceverlo prima di ogni decisione.
Il messaggio e l’omelia del Papa
Il Pontefice, ricoverato al Gemelli dopo l’intervento al polmone del 13 ottobre, ha risposto con alcune righe lette a fine lavori al messaggio “di affetto e di sostegno” inviato dall’aula: “In questi giorni non mi è stato possibile essere tra voi”. Nelle sue parole l’ascolto vissuto insieme è “un dono per tutta la Chiesa”. Poi l’impegno: “Leggerò i frutti del vostro lavoro e delle vostre discussioni, e a suo tempo offrirò le mie riflessioni”. In mattinata, in piazza San Pietro, il card. Luis Antonio Tagle aveva letto l’omelia preparata dal Papa, che pone al centro “la carità domestica, concreta, non priva di momenti di fatica, di errori e di cadute”, perché “ogni persona si prepara per il matrimonio fin dalla nascita”. Netto il monito: “Mai più ci siano nelle famiglie episodi di violenza, di chiusura e di divisione”. Il testo invita a crescere “come Chiesa che è ‘famiglia di famiglie’” e a riscoprire la casa come “luogo privilegiato di preghiera”. Resta la certezza che “per quanto ferita possa essere una famiglia, essa può sempre crescere a partire dall’amore”.
Accompagnare prima di giudicare
Il filo era stato teso il 7 ottobre, in Aula Paolo VI, con la domanda del Papa: “Che tipo di Chiesa, allora, incontrano le persone proprio quando sono più fragili?”. Nei giorni successivi p. Giacomo Costa, responsabile della metodologia, ha dato voce ai nodi emersi, dalle “troppe pressioni sulle famiglie” fino ai giovani: “È difficile promettersi un futuro quando non si sa se si avrà un lavoro o una casa”. E sugli sposi: “Il giorno delle nozze sappiamo dove incontrare gli sposi. Un anno dopo, dove siamo?”. Il card. Gérald Cyprien Lacroix, arcivescovo di Québec, ha osservato che il mondo è cambiato, “ma non il bisogno di amare ed essere amati”. Stasera Costa ha ricordato ciò che tiene lontani dalle comunità, “vergogna, timore di essere giudicati, sensazione di non avere un posto nella Chiesa”, e il bisogno di un “intervento tempestivo” nei casi di violenza e abuso, precisando che “misericordia e verità non sono esigenze contrapposte”. I tribunali ecclesiastici sono stati riletti in chiave pastorale, a partire dall’accessibilità dei processi di nullità. Bordeyne ha illustrato i nuovi titoli del rapporto, a partire da “Insieme in un mondo che cambia”, e la novità del discernimento, entrato nel titolo di una sezione e “accettato da tutti”.
Le famiglie protagoniste della missione
Il Papa spera che le famiglie siano “attivamente coinvolte nella vita e nella missione” delle Chiese locali. Il 13 ottobre il card. Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, aveva richiamato il “dinamismo missionario insito nell’amore coniugale stesso”. Tra le proposte ricorrenti, ha riferito Costa, quella di “coinvolgere le famiglie nella formazione dei seminaristi e dei presbiteri”. Per mons. Charles Scicluna, arcivescovo di Malta, Amoris laetitia resta “un documento molto fresco che merita di essere riscoperto” e “non è un documento da leggere in solitudine”. Il card. Luis Gerardo Cabrera Herrera, arcivescovo di Guayaquil, indica quattro tratti della famiglia, “preghiera, comunione, formazione e missione”, e propone di “istituire il ministero del matrimonio e della famiglia”. Il teologo nigeriano Stan Chu Ilo vede emergere “una Chiesa capace di parlare attraverso l’ascolto” e ritrova l’immagine africana della Chiesa come famiglia di Dio. I coniugi brasiliani Solange e Alisson Schila raccontano di essere arrivati in una Babele e di ripartire da una Gerusalemme ricostruita. La chiusura, affidata a Farrell, è stata “una riapertura”, come l’ha definita Costa: tornare insieme sull’esperienza “può diventare una pratica abituale della vita pastorale”.

