Magnifica Humanitas. La letteratura, il monito della fantascienza e il rischio di una nuova “sindrome di babele”

Da HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio ai replicanti di Blade Runner, fino alla relazione virtuale raccontata in Her, cinema e letteratura avevano già immaginato i rischi di un mondo dominato dall’intelligenza artificiale

(Foto Vatican Media/SIR)

Le parole di Leone XIV nella sua prima enciclica sono chiare: dobbiamo evitare la “sindrome di Babele”, affondando la libertà delle persone in una nuova costruzione di idoli, e l’idolo è l’abolizione della persona a favore di “dati e prestazioni”. Facendo diventare l’altro un semplice mezzo da scartare quando non serve più.

L’intelligenza artificiale ha reso tangibili i rischi profetizzati nella letteratura e nel cinema, non sempre dipendente da archetipi romanzeschi, come per “Her”, il film  (Oscar per la miglior sceneggiatura originale) diretto nel 2013 da Spike Jonze in cui  il protagonista, (anzi, dovremmo parlare di coprotagonista, visto che il primo piano è assunto da una profetica AI), arriva ad avere un vero e proprio rapporto affettivo con una voce, che non è altro che l’espansione di un sistema operativo. Talmente sofisticato da arrivare a simulare emozioni umane.

Ma anche più indietro nel tempo abbiamo letto e visto, quasi in contemporanea, due facce dello stesso sistema: il celeberrimo film “2001: Odissea nello spazio” è frutto di un lavoro di cooperazione tra uno scrittore, l’inglese Arthur C. Clarke e il regista Stanley Kubrick. Il romanzo è partito, a metà degli anni Sessanta, come sceneggiatura parallela del film, narrando come una forma di intelligenza artificiale, HAL 9000, sia in grado di dialogare, interagire, spiegare con voce umana alcuni particolari della missione. E che però può commettere errori, e può perfino tentare di difendersi dalla disattivazione uccidendo quasi tutti i membri dell’equipaggio spaziale.

Il pericolo che la nuova intelligenza artificiale prenda il sopravvento sui propri creatori emerge laddove questa intelligenza non prende solo la voce umana, ma anche l’aspetto. E in modo talmente perfetto da non poter più distinguere tra l’umano e il non. Accade in un romanzo di un altro genio del racconto distopico, Philip K. Dick, dal titolo apparentemente assurdo: “Do androids dream of electric sheep?”, grossomodo traducibile in “Gli androidi sognano le pecore elettriche?” e che in Italiano venne edito con un titolo, non collegato immediatamente all’originale, di “Il cacciatore di androidi”. Per poi, visto il successo del film ad esso ispirato, essere tradotto in alcune edizioni proprio come “Blade runner”.

Dick immagina San Francisco dopo una guerra che ha sconvolto il pianeta, in cui se ne vanno in giro alcuni robot umanoidi, che non ubbidiscono più agli ordini. E devono essere eliminati. Anche qui l’AI compie una delle sue prime apparizioni mediatiche, visto che il film di Ridley Scott, con il celebre monologo finale del replicante “io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”, (che però non c’è nel romanzo), è del 1982.

Ma se è per questo stiamo assistendo anche alla realizzazione di libri da parte della IA. In “Tokyo Sympathy Tower” della scrittrice giapponese Rie Kudan è stata usata per una parte del racconto, sembra il cinque per cento, attraverso ChatGBT. E pure qui abbiamo uno scenario ambiguo, anche perché si profila una sorta di nuova Torre di Babele di cui parla il  pontefice nella sua enciclica.

La perdita del contatto con la realtà, che non è solo visiva, ma anche empatica, relazionale, e però anche culturale, legata alla lettura, era stata profetizzata nel 1953 nel romanzo “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury: una nuova “cultura” affossa l’antica, e i libri vengono bruciati. La nuova intelligenza ha proclamato che quella vecchia è inutile e soprattutto dannosa, perché fa riflettere. Un vero pericolo, perché come scrive il pontefice, la cultura dei libri, della musica, dell’arte assume le vesti di una possibilità di salvezza, ad esempio “Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio”.

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