Sinodo. Card. Czerny: “Stasera pregheremo con il Papa per i migranti e i rifugiati”

Il prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, durante il briefing odierno in sala stampa vaticana sul Sinodo sulla sinodalità, ha descritto come si svolgerà la preghiera in piazza San Pietro.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“La preghiera che tutti noi partecipanti al Sinodo, insieme con il Papa, faremo presso il monumento dedicato ai migranti in piazza San Pietro vuole simboleggiare il cammino della Chiesa con alcune delle persone più vulnerabili terra, soprattutto coloro che sono in fuga, che sono obbligati ad allontanarsi dal loro Paese e della loro casa”. Così il card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, durante il briefing odierno in sala stampa vaticana sul Sinodo sulla sinodalità, ha descritto la preghiera di stasera in piazza San Pietro, a cui parteciperà anche Papa Francesco. “L’armonia, la buona volontà e il profondo scambio vissuto nella sala sinodale – ha proseguito il cardinale – è incredibilmente in contrasto con l’ansia, la mancanza di sicurezza, la vulnerabilità e l’emarginazione di queste persone, con il terribile silenzio sui migranti e i rifugiati presente nella nostra società, che li respinge”. “La preghiera di stasera è una bellissima opportunità per mettere in pratica ciò di cui parliamo e ciò che facciamo nel Sinodo”, ha assicurato Czerny:

“sarà una preghiera universale: non si useranno nomi specifici di Paesi e popoli in particolare: rispettiamo le persone che vengono da luoghi diversi e vivono tragedie diverse, la maggior parte delle quali neppure conosciamo. La preghiera farà riferimento alle diverse situazioni nei differenti contesti: quando pregheremo per le persone che soffrono per la guerra o le ingiustizie, avremo in mente le persone intorno a noi che si trovano in quella terribile e triste situazione”.

La preghiera di stasera in piazza San Pietro, durante la quale interverrà il Papa, comincerà intorno alle 19.15 e durerà circa trenta minuti. E proprio al tema dei migranti, in sintonia con l’evento di stasera, sono stati dedicati gli interventi del briefing. “La comunità internazionale impone al Libano di tenere i siriani in questi campi disumani, per ragioni non note”, ha denunciato padre Khalil Alwan, segretario generale del Consiglio dei Patriarchi cattolici d’Oriente, ricordando che in Libano, un paese di 5 milioni di abitanti, ci sono più di 2 milioni di rifugiati siriani: cifra, sempre in crescita, che rende il Libano il Paese al mondo con la percentuale più alta di rifugiati. “Non si riesce a dare una vita dignitosa a questa gente”, il grido d’allarme del patriarca: “Si cerca di dare cibo, vestiti, e per motivi politici internazionali viene loro impedito di tornare in Siria: i libanesi sono puniti per la loro umanità”. Il costo del flusso dei profughi siriani, ha reso noto il religioso, ammonta a 49 miliardi di dollari: “La comunità internazionale ha contribuito con soli 12 miliardi, e lo Stato libanese nonostante crisi ha dovuto pagare la differenza, pari a 37 miliardi di dollari, con il tesoro pubblico. Con il sostegno finanziario degli organismi internazionali si può aiutare i rifugiati, ma intanto i cittadini libanesi diventano sempre più poveri”. “Di fronte alla reticenza dell’Unione europea ad accogliere i rifugiati e all’imposizione che restino in Libano, è sorta una grande collera e dubbi sulle istituzioni europee”, ha detto Alwan, secondo il quale “

la questione umanitaria sembra un pretesto per farli restare nei paesi del Medio Oriente:

il Libano non è un paese di transito, è costretto ad essere un paese di asilo politico”. “La tragedia rifugiati siriani è sicuramente umana”, ha concluso il patriarca: “Preghiamo stasera affinché le potenze del mondo, e particolarmente i Paesi europei, operino per la pace e la riconciliazione, per mettere fine a queste tragedie e perché i siriani possano tornare alla loro cultura e vivere dignitosamente nel loro paese”.

“La Chiesa è più grande dei confini nazionali”.

A testimoniarlo è stato mons. Daniel Ernest Flores, vescovo di Brownsville, la più grande diocesi degli Stati Uniti. “Negli ultimi anni – ha raccontato ai giornalisti – ci sono tanti migranti che cercano di raggiungere gli Usa e spesso lo fanno attraverso la mia diocesi, che è situata proprio nella parte meridionale del Texas, vicino al Messico. E’ un’esperienza molto difficile, ma posso testimoniare che la partecipazione e la generosità delle persone che vivono nella mia diocesi è grande: tante persone si sono fatte avanti. La nostra gente non ha grandi risorse materiali ma ha un cuore molto generoso. Sanno cos’è la povertà e quindi rispondono in modo molto religioso. Anche la comunità musulmana e quella ebraica aiutano a cercare soluzioni per le famiglie che attraversano il confine, trattandoli con rispetto, preservando loro dignità umana e tentando di rispondere ai loro bisogni concreti”.

“Il Sudafrica è una destinazione per molti migranti, che vedono il nostro paese come un luogo per migliori opportunità”.

Lo ha spiegato mons. Anton Dabula Mpako, vicepresidente della Conferenza episcopale del Sudafrica. “Il Sudafrica è il paese con il numero più alto di immigrati nel continente africano”, ha detto il presule: “Si parla di 2,9 milioni di migranti, ma questa è una cifra molto più bassa della realtà dei migranti stabiliti in Sudafrica. La causa principale è la povertà: la maggior parte dei migranti che arrivano in Sudafrica sono migranti economici. Abbiamo un ministero per la cura pastorale dei migranti e dei rifugiati, ai quali assicuriamo prima di tutto i bisogni di base: l’alimentazione, il vestiario, l’assistenza sanitaria, un tetto, i documenti per fare richiesta dello status di rifugiato, l’istruzione e l’educazione, per cercare un lavoro o imparare un mestiere. Ci preoccupiamo di come garantire una specifica cura pastorale perché i m igranti cattolici che vogliono continuare a praticare si integrino, offrendo anche spazi per i servizi nelle loro lingue grazie all’aiuto dei sacerdoti missionari”.

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