Il ponte delle catene

L’immagine del ponte piace a papa Francesco. Ha invitato spesso a costruirne invece di alzare muri. I ponti collegano, mettono in comunicazione, uniscono due sponde. Bergoglio è ricorso a questa allegoria anche domenica scorsa nella sua breve sosta nella capitale ungherese, Budapest.

(Foto Vatican Media/SIR)

L’immagine del ponte piace a papa Francesco. Ha invitato spesso a costruirne invece di alzare muri. I ponti collegano, mettono in comunicazione, uniscono due sponde. Bergoglio è ricorso a questa allegoria anche domenica scorsa nella sua breve sosta nella capitale ungherese, Budapest.

Trattando un tema spinoso, quello dell’antisemitismo, il Pontefice ha parlato del «Ponte delle catene che unisce due parti di questa città – ha detto -. Non le fonde insieme, ma le tiene unite». In una delle nazioni dove è più forte il vento del neo sovranismo europeo, Francesco evoca la costruzione di ponti, invece dell’innalzamento dei muri che tanti vorrebbero per difendersi dalle supposte invasioni che minaccerebbero la nostra civilissima Europa e le nostre convivenze. «Il ponte ci istruisce ancora – ha aggiunto Francesco -. Esso è sorretto da grandi catene, formate da tanti anelli. Siamo noi questi anelli e ogni anello è fondamentale: perciò non possiamo più vivere nel sospetto e nell’ignoranza, distanti e discordi».

Che lezione. Non solo siamo chiamati a realizzare ponti, ma siamo noi stessi parti integranti di questi legami, di queste costruzioni, di queste relazioni. Catene e anelli, per non vivere più “nel sospetto e nell’ignoranza, distanti e discordi”, appunto.

Siamo reduci dalle commemorazioni svoltesi in tutto il mondo per i 20 anni dagli attentati alle Torri gemelle di New York, l’11 settembre 2001. Ricordi, memoria e paure. Il mondo da allora è cambiato tantissimo, pandemia compresa. Cosa abbiamo imparato da queste lezioni della storia? Per dare la caccia ai terroristi di Al Qaeda guidati da Osama Bin Laden, ucciso dieci anni dopo in Pakistan, fu invaso l’Afghanistan. Ora, noi occidentali da quel martoriato Paese ce ne siamo andati, un po’ lavandocene le mani alla maniera di Pilato. Tornano allora i ponti, quanto mai necessari per portare in salvo quanti hanno collaborato per due decenni con le forze che avrebbero dovuto favorire una transizione verso un regime democratico.

Ci vogliono ponti aerei e corridoi umanitari. Si può fare finta che là non stia succedendo nulla? Si può rimanere indifferenti rispetto alle testimonianze che filtrano nonostante le restrizioni imposte dal regime dei talebani? Ponti e non muri, come chiede a gran voce papa Francesco. Sì, perché siamo noi gli anelli che formano le catene con le quali realizzare un modo nuovo di guardarci tra noi. Non da estranei, ma da fratelli.

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