Chiesa divisa

Sono rimasto colpito dell’omelia del card. Cantalamessa pronunciata il Venerdì Santo, dopo la lettura della Passione, davanti a papa Francesco. “La fraternità cattolica è ferita! – ha detto –. La tunica di Cristo è stata fatta a pezzi dalle divisioni tra le Chiese; ma ogni pezzo della tunica è spesso diviso, a sua volta, in altri pezzi.” E si è chiesto: “Qual è la causa più comune delle divisioni tra i cattolici? Non è il dogma, non sono i sacramenti e i ministeri: tutte cose che per singolare grazia di Dio custodiamo integri e unanimi. È l’opzione politica, quando essa prende il sopravvento su quella religiosa ed ecclesiale e sposa una ideologia. È questo, in certe parti del mondo, il vero fattore di divisione, anche se taciuto o sdegnosamente negato. Questo è un peccato, nel senso più stretto del termine. Vuole dire che ‘il regno di questo mondo’ è diventato più importante, nel proprio cuore, che non il Regno di Dio. Credo che siamo chiamati tutti a fare su ciò un serio esame di coscienza e a convertirci.”

(Foto Vatican Media/SIR)

Sono rimasto colpito dell’omelia del card. Cantalamessa pronunciata il Venerdì Santo, dopo la lettura della Passione, davanti a papa Francesco.
“La fraternità cattolica è ferita! – ha detto –. La tunica di Cristo è stata fatta a pezzi dalle divisioni tra le Chiese; ma ogni pezzo della tunica è spesso diviso, a sua volta, in altri pezzi.” E si è chiesto: “Qual è la causa più comune delle divisioni tra i cattolici? Non è il dogma, non sono i sacramenti e i ministeri: tutte cose che per singolare grazia di Dio custodiamo integri e unanimi. È l’opzione politica, quando essa prende il sopravvento su quella religiosa ed ecclesiale e sposa una ideologia. È questo, in certe parti del mondo, il vero fattore di divisione, anche se taciuto o sdegnosamente negato. Questo è un peccato, nel senso più stretto del termine. Vuole dire che ‘il regno di questo mondo’ è diventato più importante, nel proprio cuore, che non il Regno di Dio. Credo che siamo chiamati tutti a fare su ciò un serio esame di coscienza e a convertirci.”
E ha aggiunto: “Dobbiamo imparare dall’esempio di Gesú. Intorno a lui esisteva una forte polarizzazione politica. Esistevano quattro partiti: i Farisei, i Sadducei, gli Erodiani e gli Zeloti. Gesú non si schierò con nessuno di essi e resistette energicamente al tentativo di trascinarlo da una parte o dall’altra. La primitiva comunità cristiana lo seguì fedelmente in questa scelta. Questo è un esempio soprattutto per i pastori che devono essere pastori di tutto il gregge, non di una sola parte di esso. Sono essi perciò i primi a dover fare un serio esame di coscienza e chiedersi dove stanno portando il proprio gregge: se dalla propria parte o dalla parte di Gesù.”
Parole forti e vere, che devono far pensare, pure qui da noi. Forse anche per questo, al di là delle illusioni, la religiosità dei giovani dai 18 ai 29 anni è in vistoso ribasso e i giovani “credenti e attivi” sono ridotti ad una piccola minoranza del 10,5%. Forse anche per questo la nostra società si sta scristianizzando. La Chiesa, asservita alle “mode”, anche politiche, non è riuscita a trasmettere la ricchezza di fede e di speranza contenute nel Concilio.
A fine gennaio papa Francesco ha affermato che la Chiesa italiana “deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi”. La Cei il 27 febbraio gli ha consegnato una proposta concreta. Bene: nel prossimo Sinodo, quello sollevato da Cantalamessa sarà un tema da affrontare.

(*) direttore “Il Nuovo Torrazzo” (Crema)

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