This content is available in English

Papa Francesco: “Andrò in Iraq, non si può deludere un popolo per la seconda volta”

Papa Francesco ha concluso l'udienza di oggi con la conferma del viaggio in Iraq, che comincia dopodomani, e con un altro appello per la pace in Myanmar e la liberazione dei leader politici incarcerati. Tema della catechesi: la preghiera trinitaria. "Noi siamo il termine di un amore che non trova eguali sulla terra"

(Foto Vatican Media/SIR)

“Dopodomani mi recherò in Iraq per un pellegrinaggio di tre giorni”. Lo ha confermato il Papa, al termine dell’udienza di oggi, trasmessa in diretta streaming dalla Biblioteca privata del Palazzo apostolico e dedicata alla preghiera trinitaria. “Da tempo desidero incontrare quel popolo che ha tanto sofferto, incontrare quella chiesa martire”, ha rivelato Francesco, che ha annunciato: “Nella terra di Abramo, insieme agli altri leader religiosi, faremo anche un altro passo avanti nella fraternità tra i credenti”. “Vi chiedo di accompagnare con la preghiera questo viaggio apostolico, perché possa svolgersi nel migliore dei modi e portare i frutti sperati”, l’appello: “Quelli che aspettava San Giovanni Paolo II, al quale è stato vietato di andare.  Non si può deludere un popolo per la seconda volta. Preghiamo perché questo viaggio si possa fare bene”.

“Gesù ci ha rivelato l’identità di Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo”,

l’esordio a braccio del Papa: “È Gesù ad averci aperto il Cielo e proiettati nella relazione con Dio. “Dialogare con Dio è una grazia”, puntualizza Francesco: “noi non ne siamo degni, non abbiamo alcun diritto da accampare, noi zoppichiamo con ogni parola e ogni pensiero… Però Gesù è una porta che ci apre a questo dialogo con Dio”.

“Dio guarda le mani di chi prega”, il monito: “per renderle pure non bisogna lavarle, semmai bisogna astenersi da azioni malvage”.

L’esempio è quello di San Francesco, che nel Cantico di Frate Sole pregava: “nessun uomo è degno di nominarti”. ”Ma forse il riconoscimento più commovente della povertà della nostra preghiera – osserva Francesco – è fiorito sulle labbra di quel centurione romano che un giorno supplicò Gesù di guarire il suo servo malato. Egli si sentiva del tutto inadeguato: non era ebreo, era ufficiale dell’odiato esercito di occupazione. Ma la preoccupazione per il servo lo fa osare, e dice: ‘Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito’. È la frase che anche noi ripetiamo in ogni liturgia eucaristica”.

“Quale popolo ha i suoi déi vicini a loro come voi avete me vicino a voi?”.

Con questa frase, citata due volte a braccio e tratta dal Deuteronomio, il Papa  spiega la vicinanza di Dio, che grazie alla presenza di Gesù caratterizza la nostra rispetto alle altre religioni. “Perché l’uomo dovrebbe essere amato da Dio?”, l’interrogativo a cui rispondere: “Non ci sono ragioni evidenti, non c’è proporzione. Tanto è vero che in buona parte delle mitologie non è contemplato il caso di un dio che si preoccupi delle vicende umane; anzi, esse sono fastidiose e noiose, del tutto trascurabili”. “Alcuni filosofi dicono che Dio può solo pensare a sé stesso”, sottolinea Francesco: “Semmai siamo noi umani che cerchiamo di imbonire la divinità e di risultare gradevoli ai suoi occhi”, per ingraziarci “un Dio muto e indifferente”. “Non c’è dialogo”, il commento a braccio: “È Gesù a rivelare il cuore di Dio.

Quale Dio è disposto a morire per gli uomini? Quale Dio ama sempre e pazientemente, senza la pretesa di essere riamato? Quale Dio accetta la tremenda mancanza di riconoscenza di un figlio che gli chiede in anticipo l’eredità e se ne va via di casa sperperando tutto?”.

“Gesù ci racconta con la sua vita in che misura Dio sia Padre”, sintetizza il Papa: “Nessuno è Padre come lui: la paternità, che è vicinanza, compassione e tenerezza”. “Non dimentichiamo queste tre parole, che sono lo stile di Dio”, l’invito fuori testo: “è il modo di esprimere la sua paternità con noi”. “Un Dio che ama l’uomo, noi non avremmo mai avuto il coraggio di crederlo se non avessimo conosciuto Gesù”, conclude Francesco: ”È lo scandalo che troviamo scolpito nella parabola del padre misericordioso, o in quella del pastore che va in cerca della pecora perduta.

Noi siamo il termine di un amore che non trova eguali sulla terra.

È la grazia della nostra fede. Davvero non potevamo sperare vocazione più alta: l’umanità di Gesù – Dio fatto vicino in Gesù – ha reso disponibile per noi la vita stessa della Trinità. Ha aperto, ha spalancato questa porta del mistero dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

Altri articoli in Chiesa

Chiesa

Informativa sulla Privacy