Chi crede in Dio è più felice. Otto decimi di punto in più, su una scala da 0 a 10: 7,1 contro 6,3. La ricerca lo chiama “Happiness Gap”, divario di felicità tra credenti e non credenti. È il dato più nitido che emerge dalla seconda indagine internazionale Footprints. Young people’s values, hopes and expectations, presentata questa mattina nell’Aula Álvaro del Portillo della Pontificia Università della Santa Croce. La ricerca, condotta tra gennaio e febbraio 2026 dal gruppo di ricerca della Santa Croce in collaborazione con la società Gad3, ha coinvolto 9mila giovani tra i 18 e i 29 anni in nove Paesi: Argentina, Brasile, Filippine, Italia, Kenya, Messico, Regno Unito, Spagna e Stati Uniti. La fotografia che ne esce è quella di una generazione che ridefinisce il significato del lavoro, lo lega alla ricerca di senso e trova nella fede, dove presente, una risorsa di benessere e di impegno civico. “La fede rappresenta una guida importante nelle decisioni quotidiane”, dichiara l’81% dei giovani credenti intervistati. E oltre il 60% afferma che il proprio lavoro possiede anche un significato spirituale, mentre il 54% lo considera uno spazio di espressione o di ricerca spirituale.
Lo “stipendio emotivo” e il lavoro come spazio di senso
La ricerca documenta una trasformazione delle aspettative delle nuove generazioni rispetto al lavoro. Il 48% dei giovani intervistati sarebbe disposto a lasciare un impiego stabile e ben retribuito qualora l’ambiente lavorativo fosse percepito come “tossico”, con una tendenza più marcata tra le donne (53%) rispetto agli uomini (43%). Lo stipendio resta una priorità per il 29% del campione globale, ma accanto alla componente economica emerge in modo crescente il tema dello “stipendio emotivo”, legato alla qualità dell’ambiente di lavoro e al benessere psicologico. Alla domanda sul significato del lavoro, il 15% dei giovani indica al primo posto la “passione”, seguita dalla “carriera professionale” (14%), dalla “necessità” e dalla “responsabilità” (entrambe al 13%). I credenti attribuiscono alla “responsabilità” un’importanza maggiore rispetto ai coetanei non credenti, mentre gli insoddisfatti della propria vita associano il lavoro soprattutto a “necessità” e “opportunità”. Significativo il legame tra vocazione e benessere: il 55% di chi dichiara di avere una vocazione professionale si definisce felice, contro il 27% di chi non la percepisce. I settori più associati a un elevato senso di chiamata sono sanità, istruzione (84%) e ingegneria (81%). Il 71% dei giovani ha esperienza di lavoro o studio da remoto: tra i principali vantaggi vengono segnalati la flessibilità oraria (60%) e l’equilibrio tra vita personale e professionale, mentre il 40% evidenzia criticità legate all’isolamento sociale.
L’Italia in coda: meno fede, più passione, meno fiducia nel futuro
Il quadro italiano emerge come anomalia rispetto agli altri Paesi del campione. La centralità della religione risulta più marcata in Kenya (97%) e nelle Filippine (94%), mentre in Italia solo il 53% dei giovani considera la fede un punto di riferimento, dato tra i più bassi insieme alla Spagna. L'”Happiness Gap” è particolarmente evidente in America Latina, con Brasile (7,5) e Messico (7,4) ai vertici della classifica, mentre l’Italia si ferma a una felicità media di 6,5. Eppure, proprio gli italiani sono quelli che associano più di tutti il lavoro alla “passione” (22%, primato tra i nove Paesi), mentre la “carriera professionale” scende al 9%. La realizzazione personale è indicata come priorità lavorativa principale dal 17% degli italiani, secondo solo alle Filippine (19%). Il dato più critico riguarda però le prospettive occupazionali: solo il 32% dei giovani italiani ritiene che le opportunità di lavoro saranno migliori in futuro, contro una media globale del 60% e percentuali superiori al 70% in Kenya, Filippine e Brasile. A questo si aggiunge un quadro di maggiore partecipazione civica e politica tra i credenti: il 32% partecipa a organizzazioni religiose e il 21% ad associazioni civili, valori superiori rispetto ai non credenti. Il 74% dei credenti dichiara di votare alle elezioni contro il 69% dei non credenti, mentre il 41% partecipa a campagne di sensibilizzazione contro il 29%. “I risultati indicano una trasformazione profonda delle aspettative delle nuove generazioni, che chiedono al mondo del lavoro e alle istituzioni non solo opportunità, ma anche riconoscimento, ascolto e significato”, conclude la nota di presentazione del rapporto.

