Terremoto Friuli: a 50 anni un libro ripercorre l’impegno di padre Turoldo che divenne la “voce” del Friuli terremotato

Nel cinquantesimo anniversario del sisma del 1976, la diocesi di Udine promuove convegni, una mostra e una celebrazione a Gemona con il card. Zuppi. Un volume raccoglie gli scritti di padre Turoldo, voce intensa della tragedia e della ricostruzione del popolo friulano

Archivio del Priorato di Sant’Egidio.

Nel 2026 ricorre il cinquantesimo anniversario del devastante terremoto del 6 maggio e del 15 settembre 1976, sconvolse il Friuli, distruggendo interi paesi e causando la morte di 990 persone. A mezzo secolo da quei giorni drammatici, la diocesi di Udine propone un articolato programma di iniziative: convegni dedicati agli aspetti storici, sociali ed ecclesiali del sisma; una mostra documentaria e una solenne celebrazione eucaristica a Gemona del Friuli, il 3 maggio, presieduta dal card. Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Un percorso pensato per ricordare le vittime, onorare la memoria delle comunità colpite e ringraziare quanti, da ogni parte d’Italia e del mondo, offrirono aiuto e solidarietà.
Il 6 maggio 1976, alle 21.06, cinquantacinque interminabili secondi cambiarono per sempre il volto del Friuli. Il terremoto, con epicentro tra Osoppo e Gemona, colpì con una violenza tale da richiedere una mobilitazione immediata e corale. Le prime operazioni di soccorso furono però messe nuovamente alla prova pochi mesi dopo, quando le scosse di settembre completarono la distruzione, cancellando parte dei primi interventi e aggravando ulteriormente la situazione. Fu un evento che mobilitò uomini e donne da ogni parte d’Italia: volontari, militari, associazioni, studenti, istituzioni civili e religiose.

Foto Marco Roncalli

A cinquant’anni di distanza, il ricordo di quei giorni riaffiora anche attraverso un volume che raccoglie la testimonianza di padre David Maria Turoldo. Il libro – dall’8 maggio in libreria – edito da Scholé-Morcelliana e intitolato “Dalle macerie la speranza. Scritti sul terremoto del Friuli”, riunisce gli articoli e i testi che il religioso – una delle figure friulane più significative del Novecento – dedicò al dramma dell’Orcolàt, come il terremoto è chiamato in dialetto. Curato da Lorenzo Cardilli e Marco Roncalli, il volume restituisce la voce di Turoldo, che pur vivendo allora a Sotto il Monte Giovanni XXIII, dove aveva fondato il Centro Studi Ecumenici e la Casa di Emmaus, rimase sempre profondamente legato alla sua terra natale.

Dalle sue parole emerge non solo la cronaca del disastro, ma soprattutto la capacità di intravedere, tra le rovine, una speranza capace di ricostruire. Come osserva Daniele Parussini, presidente del Centro Studi Turoldo, il terremoto fu un evento “che ha sconquassato la terra, le case, gli animi di una gente dedita da sempre al lavoro e al servizio. Un popolo di confine abituato al plurilinguismo, allo scambio interculturale e molto riservato”. Il volume raccoglie articoli scritti per quotidiani come “Il Giorno” e “Il Corriere della Sera”, oltre a testi introduttivi ad altre opere, nei quali Turoldo riflette sia sul dramma vissuto dai friulani sia sulla straordinaria rinascita che seppero realizzare, sostenuti da una rete di solidarietà nazionale e internazionale.
Marco Roncalli, storico e saggista, ricorda al SIR, come il “Caso Friuli” rappresentò una “risposta unitaria e armonica, mai vista prima”: la popolazione locale, la Croce Rossa Italiana, l’Esercito – il cui intervento fu il prodromo della futura Protezione civile – l’Associazione Nazionale Alpini, il mondo politico e sindacale, e migliaia di giovani, compresi gli studenti friulani fuori sede, accorsi dagli atenei di tutta Italia. Un elenco che comprende anche la Chiesa, rappresentata in modo “esemplare dal vescovo di Udine, mons. Alfredo Battisti, ricordato per la sua celebre indicazione: ‘Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese’. E naturalmente dallo stesso Turoldo, che tra le macerie scrisse parole destinate a restare: ‘Il prete è sempre popolo, o non è prete. Noi siamo la stessa nostra terra’”.
Appena appresa la notizia del sisma, Turoldo tornò nella sua terra natale, che aveva lasciato da giovane ma alla quale era “profondamente legato. Si presentò tra gli sfollati – racconta Roncalli – per portare conforto, condividere lacrime e offrire la sua voce oltre ai suoi interventi sulla stampa e ai viaggi all’estero per raccogliere fondi”.
Negli anni successivi Turoldo continuò a essere voce del suo popolo: “Una voce tuonante, carica di pathos e di immagini bibliche, capace di indignarsi e interrogarsi. Celebrò la resurrezione del Friuli con versi come ‘E pure i morti di notte lavoreranno con silenziose cazzuole’, e vide nella ricostruzione friulana un modello etico per l’intero Paese, chiedendosi se ‘la ricostruzione, almeno morale, dell’Italia, non potrebbe ricominciare proprio dal Friuli’”.

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