Pasqua: mons. Delpini (Milano), “nella Chiesa dei discepoli, chiusa in se stessa, c’è bisogno di una donna che dica la verità: la morte è vinta”

(Milano) “Per annunciare l’esperienza della Pasqua, la parola è data a una donna. In una Chiesa come quella dei discepoli, chiusa in se stessa e complessata di fronte al contesto di indifferenza e di impopolarità, c’è bisogno di una donna che dica la verità: la morte è stata vinta, è donata una nuova vita”. È stato quasi un inno al ruolo delle donne nella Chiesa, ma anche nella società, quello che l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha elevato nella sua omelia pronunciata per il pontificale di Pasqua in un duomo gremito di migliaia di fedeli. Commentando la pagina di Vangelo con Maria di Màgdala che trova il sepolcro vuoto e, infine, riconosce Gesù, Delpini ha proseguito: “In una Chiesa indaffarata in iniziative e organizzazioni c’è bisogno di una donna che dica la verità: facciamo festa, esultiamo di gioia, lasciamoci prendere dalla commozione di un incontro che cambia la vita. In una Chiesa preoccupata di ruoli e di distribuzione di cariche e di responsabilità, c’è bisogno di una donna che dica la verità: siete fratelli, fratelli di Gesù, siete introdotti alla familiarità con il Padre, Padre di Gesù e Padre di noi tutti”.
Non è mancata, nella riflessione del presule ambrosiano, anche un riferimento all’oggi. “Vanno ancora le donne a piangere agli innumerevoli sepolcri di cui è ferita la terra?”. Forse no, la sua risposta, perché “non hanno più lacrime da versare, perché hanno troppo pianto, perché la morte è stata troppo arrogante con i loro cari, troppo violenta, troppo ingiusta con il dolore di madri e spose e sorelle e figlie che copre la terra di una tristezza inguaribile” o, magari, semplicemente, per superficialità.
“Ci sono donne che non vanno più al sepolcro a piangere: ritengono la morte un argomento di cattivo gusto, provano ribrezzo al pensiero che la bellezza, ricercata con l’ossessione dell’apparire, si decomponga nella terra o si incenerisca nell’aria. Ritengono il morire di una persona, anche di famiglia, come un fastidio da sbrigare in fretta; molti altri impegni e molti altri pensieri premono e sconsigliano di piangere. Forse hanno imparato troppo dagli uomini della ribalta ad avere a cuore l’efficienza più che gli affetti, la superficialità più che l’intensità, i numeri più che la poesia”.
E, poi, la ragione più comune oggi per donne che “hanno dimenticato come si fa a pregare e, forse, sono arrabbiate con Dio perché lo ritengono responsabile delle morti e di tutti i mali; forse, arrabbiate con la Chiesa perché la ritengono un’organizzazione maschilista di cui trovano insopportabili i peccati”, ha concluso monsignor Delpini.

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