“Nel 2024 sono stati fatti nel mondo circa 170mila trapianti, ma si stima che questo dato non rappresenti neanche il 10% delle potenziali persone che potrebbero beneficiare di un trapianto d’organo. E una delle alternative è lo xenotrapianto”. Lo ha detto Emanuele Cozzi, docente del Dipartimento di scienze cardiovascolari e sanità pubblica, responsabile dell’Unità operativa semplice dipartimentale di immunologia dei trapianti dell’Azienda ospedale-università di Padova, intervenendo in sala stampa vaticana alla presentazione della versione aggiornata del documento della Pontificia accademia per la vita “La prospettiva degli xenotrapianti – Aspetti scientifici e considerazioni etiche”. “Nell’Unione europea circa 8 persone muoiono ogni giorno in attesa di un organo”, ha proseguito l’esperto, citando gli studi di ingegneria genetica che hanno permesso di “ingegnerizzare” il maiale e renderlo più compatibile con l’uomo, “dal punto di vista della compatibilità immunologica ma anche fisiologica e sotto l’aspetto della sicurezza”. Dopo aver ingegnerizzato i maiali, ha reso noto Cozzi, “almeno cinque centri di ricerca, con modelli preclinici, hanno dimostrato di avere in vita primati non umani (babbuini o macachi) con un cuore o un rene di maiale ingegnerizzato per almeno un anno e, in un caso negli Usa, per cinque anni. Anche dal punto di vista della biosicurezza e della trasmissione di potenziali agenti infettivi, gli studi sono stati superati senza trasmissione di infezioni”. “Grazie all’ingegneria genetica, gli xenotrapianti rappresentano un’alternativa valida alla carenza di organi da trapiantare”, ha affermato Monica Consolandi, ricercatrice della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Nel documento, ha spiegato, vengono affrontate “le problematiche etiche relative al mondo animale, raccomandando un uso ragionevole e solo per necessità, che eviti le sofferenze non necessarie e non alteri la biodiversità”, e le problematiche etiche relative al paziente ricevente, “come le conseguenze sul piano spirituale e psicologico, che potrebbero portare a una crisi di identità e rendono necessario seguire il paziente non solo nella condivisione delle decisioni e dei trattamenti, ma anche tramite un accompagnamento che faccia capire come non è la materia che ci determina, ma il nostro comportamento”. Non mancano, nel testo, le raccomandazioni relative ai rischi implicati e alla gestione dei rischi.