Gli elettori hanno respinto la riforma costituzionale approvata dalla maggioranza di governo in materia di giustizia. L’esito del referendum è stato netto: i No hanno raggiunto il 53,74%, mentre i Sì si sono fermati al 46,26%. In valori assoluti, i No hanno superato i Sì di circa due milioni di voti. L’affluenza alle urne è stata largamente superiore alle previsioni e questo andamento non ha favorito, come sostenuto nelle analisi e nei sondaggi della vigilia, i favorevoli alla riforma, anzi.
La partecipazione, per il voto in Italia, è arrivata al 58,93% del corpo elettorale: il secondo risultato nella storia dei referendum costituzionali dopo quello sulla riforma Renzi nel 2016. La regione in cui si è votato di più è stata l’Emilia-Romagna (66,67%), mentre quella con la partecipazione più bassa è stata la Sicilia (46,13%). I No hanno prevalso in 17 regioni su 20. A fare eccezione sono state Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. I No hanno prevalso anche in tutti i grandi centri. Una dinamica che corrisponde alla caratura politica assunta dal voto referendario.
Gli analisti mettono in evidenza che si tratta della prima sconfitta nazionale di Giorgia Meloni. La premier, però, aveva dichiarato preventivamente che il risultato del referendum non avrebbe avuto ripercussioni dirette sul governo. Conseguenze politiche, ovviamente, ci saranno dentro e fuori la maggioranza. Il successo del No ha comprensibilmente galvanizzato le opposizioni, Pd, M5S e Avs, e ha dimostrato che, unendosi, tali forze potrebbero teoricamente competere per il governo nazionale. Ma si tratta di discorsi in prospettiva, tutti da testare sul piano pratico. Assai più ravvicinata è la questione del futuro delle altre riforme di rilievo istituzionale, a cominciare dalla riforma elettorale, che non richiede la procedura di revisione costituzionale ma è determinante per gli equilibri democratici della Repubblica.

