Si chiudono le Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 con un risultato storico per l’Italia, capace di chiudere al quarto posto nel medagliere, tra le grandi potenze mondiali dello sport paralimpico. Un risultato che segna un salto di qualità rispetto al passato e certifica la crescita del movimento azzurro, soprattutto negli sport invernali, tradizionalmente meno sviluppati rispetto a quelli estivi. Con un bottino importante di medaglie e prestazioni di alto livello, l’Italia si è confermata tra i Paesi di riferimento, avvicinandosi alle nazioni leader e migliorando sensibilmente i risultati delle edizioni precedenti. Di questo e delle prospettive future abbiamo parlato con Marco Giunio De Sanctis, presidente del Comitato Italiano Paralimpico.
Presidente, che bilancio fate di questa partecipazione? Qual è il dato che la rende più orgoglioso?
Il bilancio è straordinario. Le medaglie sono importanti, ma ciò che mi rende più orgoglioso è la qualità tecnico-sportiva complessiva: abbiamo raggiunto il massimo possibile, sia sul piano dei risultati sia su quello organizzativo. Se devo aggiungere una nota, ci saremmo aspettati una presenza istituzionale più forte. Qualcuno è venuto, soprattutto a livello locale, ma credo che eventi di questo livello meritino ancora maggiore attenzione.
Ci sono prestazioni o storie che rappresentano meglio lo spirito paralimpico?
Ci sono diversi segnali positivi. Abbiamo fatto bene anche negli sport di squadra: il quinto posto, ad esempio, ci avvicina alle grandi potenze in discipline come il para-hockey, che non è tradizionalmente uno sport italiano. Nel curling abbiamo sfiorato la semifinale: bastava un po’ più di attenzione strategica. Tra le storie più significative, sicuramente quella di Emanuel Perathoner e soprattutto la medaglia di Jacopo Luchini nello snowboard, che ha un peso enorme.
- (Foto Cip)
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Questa crescita è il frutto di un sistema ormai maturo?
Direi di sì. Il nostro alto livello è ormai consolidato. Quello che mancava erano gli sport invernali: partivamo da posizioni molto più arretrate, intorno all’undicesimo o dodicesimo posto. mArrivare quarti al mondo significa entrare stabilmente tra le grandi potenze dello sport paralimpico. È un risultato che ci riempie di orgoglio, ma anche di responsabilità: mantenerlo sarà difficile, perché ogni ciclo paralimpico è diverso.
Che eredità lasciano questi Giochi, soprattutto per i giovani?
Mi auguro che l’eredità sia importante. La copertura mediatica è stata straordinaria, sia in televisione sia sulle piattaforme digitali.
Tantissime persone, soprattutto giovani e studenti, hanno seguito le gare. Questo è il vero lascito: far percepire lo sport paralimpico semplicemente come sport. Non esistono categorie separate: esiste lo sport, nelle sue diverse espressioni, tutte parte dello stesso universo.
- (Foto Cip)
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Finite le Paralimpiadi, qual è la sfida principale per il movimento paralimpico?
La sfida è una sola, ed è fondamentale: aumentare la pratica sportiva tra le persone con disabilità. Oggi i praticanti sono ancora troppo pochi rispetto al potenziale. Dobbiamo far crescere soprattutto il numero dei tesserati continuativi, non solo chi si avvicina allo sport in modo occasionale durante eventi o open day. Per farlo, è essenziale rafforzare i comitati regionali: è sul territorio che si intercettano le persone e si offre loro la possibilità concreta di fare sport. Il nostro obiettivo è raggiungere anche chi ancora non conosce i benefici dello sport. Perché tutte le discipline, anche con disabilità molto gravi, possono garantire pratica sportiva e inclusione. Ed è lì che dobbiamo arrivare.

