Quaresima: p. Pasolini, “chi sa di essere stato perdonato impara a non restituire il male”

“Non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo”. Nella seconda meditazione quaresimale tenuta questa mattina nell’Aula Paolo VI alla presenza di Papa Leone XIV, p. Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, ha citato la lettera di Francesco a un ministro stanco per mostrare che “la fraternità non è un problema da sopportare, ma il luogo dove si verifica la verità della nostra vita spirituale”. Richiamando la Lettera a Filemone di san Paolo — dove lo schiavo Onesimo deve essere accolto “non più come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo” — p. Pasolini ha indicato nella logica del perdono il fondamento di ogni relazione rinnovata. Il criterio è quello di Giovanni: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli”. Citando infine la Regola non bollata di Francesco: “Sono amici nostri tutti quelli che ingiustamente ci infliggono tribolazioni e sofferenze. Dobbiamo molto amare costoro, poiché per quello che ci infliggono abbiamo la vita eterna”. La fraternità vissuta, ha concluso il predicatore, “diventa già anticipo della vita eterna”.

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