“L’unzione dello Spirito che Gesù riceve non è un privilegio, è una missione. E la missione è chiara: portare il lieto annuncio ai poveri, proclamare la libertà ai prigionieri, ridare la vista ai ciechi, rimettere in libertà gli oppressi”. È il cuore dell’omelia pronunciata dal card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, nella messa crismale celebrata, il 17 giugno, nella Basilica dell’Agonia sul monte del Getsemani, rinviata rispetto al Giovedì Santo a causa della guerra tra Israele e Iran. Un richiamo forte, radicato nella realtà concreta del conflitto: “Non si tratta di belle parole. Si tratta di un programma che sovverte ogni logica umana. Perché i poveri, i prigionieri, i ciechi e gli oppressi non sono categorie astratte: sono i volti che abbiamo incrociato nei giorni bui”. Volti segnati da perdite, paura e precarietà, ai quali – ha sottolineato il patriarca latino – la Chiesa è chiamata a rivolgersi “e con loro” a camminare. Riprendendo il profeta Isaia, Pizzaballa ha delineato il compito di chi è unto: “fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà, consolare tutti gli afflitti”, in una prospettiva permanente, capace di rendere ogni credente strumento di liberazione e speranza. Per questo, ha ammonito, “noi non siamo chiamati a gestire la sofferenza, o peggio a subirla, ma a trasformarla”. Al centro dell’omelia anche il significato degli oli santi: “L’olio che consacriamo oggi – il crisma, l’olio dei catecumeni, l’olio degli infermi – non è un simbolo decorativo, è un segno che spinge all’azione”. Un segno che riguarda non solo i sacerdoti ma tutto il popolo di Dio, chiamato a vivere una fede non privata ma capace di incidere nella storia, come “lievito”, “sale” e “luce” in una terra segnata da divisioni. Rivolgendosi al clero, il patriarca ha indicato la direzione: pastori vicini alla gente e capaci di ricucire le ferite. “L’unzione che abbiamo ricevuto non è per dividere, è per unire. Non è per chiudere, è per aprire. Non è per giudicare, è per salvare”. In un contesto segnato da conflitti e ingiustizie, la fedeltà di Dio resta la certezza da cui ripartire. Infine, lo sguardo su Gerusalemme, città segnata dalla storia e oggi ancora ferita, diventa invito a una scelta chiara: stare “dalla parte di Dio, che è sempre dalla parte della vita”. E una preghiera perché i credenti non dimentichino la propria identità: “un popolo unto, un popolo sacerdotale, un popolo chiamato a essere segno di speranza in mezzo a un mondo che spesso sembra aver smarrito ogni speranza”. Alla celebrazione hanno partecipato circa cento sacerdoti da tutta la diocesi patriarcale, religiosi e religiose di Gerusalemme, alcuni fedeli e anche qualche pellegrino.