Funerali Domenico Caliendo: mons. Marino (Nola), “riconoscere giustamente le responsabilità penali”, ma “il lutto non si può elaborare con il desiderio di vendetta”

(Foto ANSA/SIR)

“Il vostro bambino Domenico in queste lunghe e atroci settimane è diventato un po’ figlio di tutti noi; e se è vero che i figli sono ‘pezzi di cuore’, anche quello di ciascuno di noi, come quello vostro di mamma e di papà, si è spezzato nel dolore di questa assurda tragedia”. Lo ha detto, oggi pomeriggio, mons. Francesco Marino, vescovo di Nola, nell’omelia per i funerali del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni morto dopo un trapianto di cuore all’ospedale Monaldi di Napoli, abbracciando idealmente i genitori, papà Antonio e mamma Patrizia, e sentendo come proprio il loro “immane dolore”. Alle esequie, celebrate nella cattedrale di Nola, è presente anche il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
Facendo riferimento al brano del Vangelo proclamato, quello della vedova di Nain, che accompagna alla sepoltura il suo unico figlio e che viene incontrata da Gesù, in un corteo come “una via Crucis”, il vescovo ha ricordato quanto è successo: “Scorrono davanti ai nostri occhi, inondati di lacrime, le immagini di questi mesi: prima l’affannosa speranza del trapianto, il desiderio di un’esistenza nuova, la prospettiva di donare una vita bella a Domenico; poi tutto si è infranto, come una mareggiata, contro gli scogli del fallimento e la durezza fragile di quel cuoricino che, non riuscendo mai a battere, ci ha agghiacciati nel dolore”.
Un pensiero anche ai genitori del bimbo che avevano donato il cuore che avrebbe dovuto salvare Domenico: “In mezzo a noi sentiamo vicina anche l’altra madre che, perse inizialmente le proprie speranze, aveva voluto generosamente donare il cuore del proprio figlio Moritz con il desiderio di farlo battere ancora in un’altra vita; anche lei piange con noi e soffre due volte in più”. Mons. Marino ammette: “I sentimenti umani che si agitano in questo momento – forse comprensibilmente, e non dobbiamo spaventarcene – sono di rabbia, di delusione, di atroce spasimo. Ci chiediamo ‘perché?’, vorremmo dei responsabili con cui prendercela, vorremmo che chi ha sbagliato soffrisse come ha sofferto Domenico… Ma, proprio mentre ci assalgono questi desideri cattivi – ne sono certo – finiamo per sentirci ancora più male, più in colpa”. E questo, spiega il vescovo di Nola, “perché ascoltando veramente la voce della nostra coscienza, sappiamo bene che la sofferenza non si cura mai con il risentimento, il male non si vince con altro male, il lutto non si può elaborare con il desiderio di vendetta. La caccia ai colpevoli, per un momento appaga, ma non può mai ripagare una perdita così grande. Una cosa è riconoscere giustamente le responsabilità penali, che chi di dovere dovrà esaminare e sanzionare, altra cosa è presumere che la giustizia dei Tribunali o, ancor peggio, il giustizialismo privato lenisca il dolore che nessuno, se non il Signore Gesù, può consolare con il balsamo dello Spirito d’amore”.
Nel passo del vangelo proclamato, c’è anche “il corteo della Pasqua” con Gesù e i suoi discepoli che si avvicinano al ragazzo di Nain: “Vi chiedo, con delicatezza e paternità, il coraggio della scelta: vogliamo continuare a tormentarci nel corteo della morte o vogliamo trovare ora la forza di metterci dietro il nostro Maestro che accosta questa piccola bara bianca da un’altra prospettiva, quella della vita?”.

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