Nella guerra in corso in Medio Oriente Trump e Netanyahu usano parole molto forti. “È un linguaggio antico perché certamente rientra nella retorica della guerra, tutti i regimi bellicisti usano determinate parole chiave, una certa retorica per motivare l’opinione pubblica a sostenere le loro decisioni. Questo c’è sempre stato e rientra nei discorsi ideologici – osserva, in un’intervista al Sir, Adriano Fabris, professore di Filosofia morale e di Etica della Comunicazione all’Università di Pisa -. In Europa dopo le tragedie del secolo scorso, credevamo di esserne ormai immuni, di capire il meccanismo di queste ideologie e, invece, a quanto pare hanno ancora una loro attrattiva. Ogni ideologia bellica si basa sul fatto che la realtà della guerra, la crudeltà, i morti, i disastri che essa provoca vengono in qualche modo devitalizzati, disinnescati nella nostra emotività”. Adesso, “quando noi vediamo le macerie di Gaza o una bomba che fa esplodere una nave nella nuova guerra, a ora di cena mentre guardiamo il Tg, tutto questo ci sembra una rappresentazione, un’immagine, un film come quello che vediamo prima o dopo il telegiornale. La differenza tra fiction e informazione, tra immaginazione e realtà, è ormai appiattita proprio perché si ritrova tutto quanto sullo schermo piatto del nostro televisore”. Per il docente, “c’è una condizione perché questo possa accadere”: “Abbiamo perso il gusto della verità, abbiamo detto addio alla possibilità che qualcosa di vero possa essere detto, sperimentato, almeno al livello di quello che crediamo e pensiamo. E tutto questo è particolarmente non solo pericoloso ma anche assolutamente sbagliato”.
Gli obiettivi della guerra non sono chiari: “La gente non crede più nell’informazione, la si considera alla stregua di una fiction, siamo ormai arrivati alla diffidenza e al disincanto anche rispetto a quello che passa sui giornali, sui teleschermi, sui social, su Internet; quindi quasi troviamo conferma a questa convinzione nella incoerenza, nella scarsa chiarezza, per cui non ci interessa e non crediamo più a nulla di quello che ci viene detto. Non è un caso che tutto questo poi come conseguenza abbia il disimpegno e quindi il disinteresse delle persone, il rinchiudersi sempre di più nella propria bolla, il non andare a votare, il non partecipare alle decisioni per il bene comune”.