“Nei migranti anziani si incrociano due fragilità, quella dell’invecchiamento e quella della condizione degli stranieri”. Lo ha sottolineato mons. Vincenzo Paglia, presidente Fondazione Età Grande, intervenuto al convegno “Migranti ed età grande: una minoranza nella minoranza”, promosso ieri a Roma dalla Fondazione e dal Centro di ricerca in salute globale dell’Università Cattolica per accendere i riflettori su una realtà in crescita ma ancora poco considerata: gli anziani migranti, una popolazione fragile che intreccia vulnerabilità sociali, sanitarie e culturali. Paglia ha inoltre denunciato la condizione di molte lavoratrici straniere impegnate nella cura: “Il trattamento riservato in vecchiaia è ad oggi umiliante, spesso di povertà assoluta”. “Garantire pensioni adeguate e assistenza”, ha insistito, è un interesse dell’intera società. “Gli stranieri residenti in Italia che pagano le tasse sono oltre 5 milioni”, ha ricordato Walter Malorni, direttore scientifico del Centro di salute globale, sottolineando come “stia aumentando la quota di immigrati appartenenti ai primi flussi che oggi sono entrati nell’età grande”, stimati tra 300 e 500 mila, “in maggioranza donne”. Una trasformazione che impone nuove strategie di integrazione e cura.
Per Walter Ricciardi, ordinario di Igiene generale e applicata, gli anziani migranti “non sono un’emergenza, ma il risultato prevedibile dell’invecchiamento della popolazione migrante”. Affrontare il tema è “un test di equità e capacità di innovazione della sanità pubblica”. Di “una delle sfide più silenziose del nostro tempo”, che interroga la società sulla possibilità di garantire “dignità, autonomia e relazioni significative” a ogni età ha parlato Francesco Landi, ordinario di medicina interna. Umberto Moscato, associato di medicina del lavoro e direttore del Centro di salute globale, ha infine evidenziato il rischio dell’“anziano non pensionabile”, soprattutto tra le donne impiegate nel lavoro domestico. Servono, ha concluso, “policy previdenziali che tengano conto delle disuguaglianze di genere e delle carriere discontinue”, per evitare un aumento della fragilità e un impatto “a domino” su lavoro, sanità, economia.