“Benvenuti tutti, andate e annunciate”. È il motto scelto per la visita di Papa Leone XIV in Argentina, un invito che, come ha spiegato il presidente della Conferenza episcopale argentina, mons. Marcelo Colombo, richiama la necessità di “costruire insieme una nuova umanità” e trova attuazione nell’impegno quotidiano accanto ai più fragili. Casa, inclusione educativa, dipendenze, integrazione dei quartieri popolari, emergenze, sicurezza alimentare, lavoro ed economia sono alcuni degli ambiti nei quali opera Caritas Argentina, presente nelle 67 diocesi del Paese attraverso una rete di oltre 3.500 parrocchie e centri missionari e più di 42mila volontari. Da settant’anni – grazie anche al sostegno della Chiesa italiana – promuove percorsi di sviluppo umano integrale, mettendo al centro lavoro, solidarietà e ricostruzione del tessuto sociale.
Con i fondi dell’8xmille, dal 1991 sono stati sostenuti 330 progetti per un valore complessivo di 31,3 milioni di euro. Interventi diversi, ma accomunati dalla volontà di restituire dignità e opportunità ai più poveri.
Tra questi nel nord dell’Argentina vi sono i progetti rivolti alle popolazioni della provincia di Salta. Nelle comunità di Aguaray, Río Caraparí e Piquirenda, il Centro missionario francescano Santa Teresita ha promosso laboratori di produzione e riciclo tessile destinati a donne vittime di violenza, povertà ed esclusione sociale. Grazie alla formazione professionale e all’acquisto di attrezzature, molte di loro hanno avviato attività generatrici di reddito fino a realizzare una commessa di oltre duemila grembiuli scolastici per il governo provinciale. “Oggi possiamo contribuire al sostegno delle nostre famiglie e guardare al futuro con maggiore fiducia”, raccontano le beneficiarie del progetto.
L’attenzione ai più piccoli si esprime anche nell’opera dei Padri Rogazionisti del Cuore di Gesù, che hanno ampliato la capacità di accoglienza della scuola primaria San Agustín di Tucumán, consentendo a un numero maggiore di minori vulnerabili di accedere all’istruzione. L’istruzione e il sostegno educativo possono davvero cambiare il destino di una persona. Ne è convinto Adrian, 25 anni. È cresciuto in un quartiere povero della periferia di Buenos Aires ed è diventato il primo laureato della sua famiglia grazie alla Fondazione Francescana e a una borsa di studio che gli ha permesso di frequentare l’università. Oggi lavora nell’ufficio comunicazione della stessa fondazione e il suo lavoro è un cerchio che si chiude: “Ero un ragazzo in cerca di opportunità, ora sono cerco di offrirne a tanti altri giovani. L’incontro con le persone giuste può trasformare una vita”. Tra le sfide più dolorose emerge quella della disabilità e del disagio psichico infantile. In un Paese dove migliaia di bambini e adolescenti vivono condizioni di forte esclusione, la comunità orionina ha realizzato scuole e centri – come il Piccolo Cottolengo di Claypole che il Papa visiterà – dove insegnanti, psicologi e fisioterapisti accompagnano queste persone e forniscono supporto alle famiglie, spesso lasciate sole. Grazie al sostegno ricevuto sono state acquistate attrezzature per la riabilitazione e arredi sanitari, migliorando la qualità della cura e dell’assistenza. Nel Chaco salteño, un progetto dell’Asociación Civil Promoción Indígena “Arte y Esperanza”, ha accompagnato giovani delle comunità Wichi e Chané in percorsi di educazione ambientale, riforestazione, tutela delle risorse idriche e avviamento professionale. Migliaia di alberi sono stati piantati, mentre decine di giovani hanno acquisito competenze nell’artigianato tradizionale e nella manutenzione di motocicli. L’iniziativa ha inoltre favorito l’incontro tra popolazioni indigene diverse. “Valorizzare la nostra cultura può diventare anche una possibilità concreta di sviluppo per le nostre comunità”, spiegano alcuni dei giovani coinvolti. In un contesto multiculturale, anche i Padri della Consolata con Endepa (Équipe Nazionale di Pastoral Aborigena) cercano di dare sostegno e voce alle Comunità guaraní, presenti a Yuto, Bananal, El Talar, Caimancito e Vinalito. Negli ultimi 100 anni hanno sofferto migrazioni forzate, alla ricerca del ñande reko, cioè il luogo che permettesse loro di continuare a vivere con il proprio modo de ser e la propria cosmovisione.

