L’epidemia di Ebola tracima oltre i confini della Repubblica Democratica del Congo, raggiunge il Kenya e minaccia di estendersi all’intera regione dei Grandi Laghi, dopo aver toccato il Nord Ubangi e sfiorato il Centrafrica. Sono ad oggi 9.277 i casi accertati di infezione e a morire è quasi una persona ogni due contagiati, ossia il livello di mortalità sfiora il 48%, secondo l’Oms. Non solo perché manca il vaccino e il ceppo Bundibugyo è particolarmente resistente. Ma perché cresce “la frattura interna tra negazionisti e sostenitori della risposta anti-Ebola”.
Un’emergenza regionale. Dal giorno del primo focolaio, individuato nel bacino aurifero di Bunia cinque mesi fa, il virus ha raggiunto la periferia di Nairobi: dove ad oggi sono otto i casi di contagio e una la persona deceduta. Non è più solo “un fenomeno nazionale ma un’emergenza regionale”, ci spiega Emmanuel Wabike, seminarista comboniano originario di Goma, oggi in Italia. Il secondo caso in Kenya è stato registrato il 14 ottobre mentre il terzo sospetto a Wajir, nel nord-est è risultato alla fine negativo; nel frattempo ieri e oggi se ne sono aggiunti altri sei. In tutto l’est del Congo i morti sono arrivati a 4.500, con 3.148 decessi nel solo Ituri: un bilancio da guerra. Che si aggiunge a quella vera tra esercito e milizie filo-ruandesi che in un solo anno, il 2025, aveva fatto 9.200 morti secondo ConflictStats. “Siamo di fronte a una emergenza da gridare al mondo intero molto più forte di quanto non avvenga e non capisco questo silenzio mediatico”, dice Wabile, che ha due sorelle a Butembo-Beni, una delle quali ha lavorato con l’Oms a Bunia.
Realtà sociale divisa. Molte fonti locali convergono nel descrivere Ebola come un fenomeno sociale oltre che sanitario, perché “c’è chi nega il pericolo rifiutando le cure e una cospicua parte di società civile” che sostiene attivamente il personale sanitario, tra cui gli stessi vescovi e le chiese locali. “La Chiesa, chiaramente, non sta con i negazionisti”, dice il seminarista. Emmanuel Wabike riporta la testimonianza di alcuni giovani che affrontano una sfida grande nei loro villaggi del Nord Kivu: far da ponte tra gli ammalati, le comunità isolate e i sanitari, e spesso raggiungono i villaggi in bicicletta o a piedi. “Queste persone sono relais communautaire, operatori sanitari di comunità: entrano nelle case, parlano con gli ammalati, indossano le protezioni e la gente si fida di loro”. Solo a quel punto segnalano il paziente ai centri di salute e allora interviene una equipe di medici. “I volontari cercano di fare prevenzione, mettere in guardia le famiglie, illustrare i rischi del virus”, spiega.
Relais communautaire. A Kigonze, campo per sfollati vicino Bunia, Léonard Djombo è un relais communautaire che ha iniziato a parlare con le famiglie quando dubitavano dell’esistenza stessa del virus letale. In quel frangente sette persone sono morte nel campo in un solo giorno, altre cinque il giorno seguente. Poi hanno accettato di farsi curare e di entrare in quarantena. “Contro i relais si schierano gruppi di pressione come i Véranda Mutsanga a Butembo, nel Nord Kivu e spesso il confronto è violento”, dice il seminarista. Dietro tanta paura della cura e diffidenza verso i sanitari si intravede il trauma di un passato coloniale mai davvero risolto e la sfiducia verso tutto quello che passa per la medicina ufficiale. Un lavoro importante di informazione lo svolgono le chiese locali e alcuni vescovi come quello di Bunia che nel corso dell’estate “aveva vietato i raduni di massa e i pellegrinaggi per evitare i contagi”.
La guerra, nel frattempo, continua. Jean Kaseya, direttore generale del Centro africano per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa Cdc), denuncia poi una gestione corrotta dei finanziamenti destinati alla lotta contro Ebola e una mancanza di trasparenza nel monitoraggio dei fondi erogati. A tutto ciò si aggiunge la guerra vera, quella tra milizie ed esercito, ribelli e governo ufficiale della Repubblica Democratica del Congo. Goma e Bukavu sono ancora città occupate dai ribelli dell’M23 e il timore (ma forse anche la certezza) è che non se ne andranno mai, avendo strutturato l’occupazione militare soprattutto dopo aver cambiato nome in Front pour la Refondation de la Nation. Il cambio di passo è recentissimo, risale al 12 ottobre quando una nuova coalizione politico-militare guidata dall’ex presidente congolese Joseph Kabila ha preso piede nell’est.
(*) redazione Popoli e Missione

