Le immagini dei 72mila migranti che dal Marocco tentano in un sol giorno l’ingresso nella città di Ceuta, enclave spagnola in Nordafrica, ci inquieta. Non perché temiamo chissà quale invasione islamica dell’Europa, ma perché è la rappresentazione più drammatica ed eloquente del divario che sempre più si allarga tra i paesi ricchi e quelli poveri del mondo, di questo mondo ingiusto che abbiamo creato, e del tradimento di quella “destinazione universale dei beni delle terra voluta da Dio” che – come ricorda papa Leone in Magnifica Humanitas – è uno dei principi cardine della Dottrina sociale della Chiesa a cui anche il diritto alla proprietà privata resta subordinato, rendendo quella che spesso riteniamo essere facoltativa solidarietà, un atto dovuto di giustizia restitutiva.
Pare che le stesse autorità marocchine avessero in qualche modo incentivato “l’assalto” a Ceuta del 30 luglio, diffondendo la falsa notizia di un’apertura della frontiera spagnola e smettendo per alcune ore di presidiare la linea di confine. Alcuni analisti internazionali, evidenziando i legami tra Marocco, Stati Uniti e Israele, ipotizzano dietro a queste manovre un uso spregiudicato dei migranti come arma politica per gettare discredito sul governo spagnolo, reo di non aver sostenuto gli Stati Uniti nel conflitto contro l’Iran. Il premier Sanchez ha definito quanto accaduto a Ceuta “un vero e proprio attacco e una violazione della sovranità territoriale della Spagna” e ha reagito con fermezza schierando l’esercito e rimandando in Marocco nel giro di poche ore più di 70mila persone. Il sospetto che i migranti più che il soggetto siano stati lo strumento inconsapevole di tale “attacco” resta forte, soprattutto considerando altre situazioni nel mondo in cui i flussi migratori vengono vergognosamente facilitati da alcuni Stati verso altri per destabilizzarli a livello sociale e politico.
«Ci hanno detto che il confine era aperto, che la Spagna ci aspettava», ha raccontato ad esempio ai media internazionali il giovane Hassan Nahon che è arrivato a Ceuta da Tangeri con un gruppo di amici. «Abbiamo presto capito che ci avevano mentito. Ora abbiamo fame, sete, qua nessuno ci vuole. Non sappiamo dove dormire, preferiamo tornare indietro prima di morire di fame». Non torneranno a casa invece le quasi cento persone che il 30 luglio hanno perduto la vita in mare nel tentativo di raggiungere Ceuta, andando ad aumentare così il già troppo lungo elenco di migranti morti nel Mediterraneo.
La responsabilità di queste morti ricade certo in primis su chi specula sui poveri per ragioni economiche o, come parrebbe in questo caso, su chi li strumentalizza per questioni geopolitiche. Ma, per citare papa Francesco, i migranti che muoiono in mare sono vittime anche dell’indifferenza e dell’egoismo. Della nostra indifferenza e del nostro egoismo. Per quanto tempo ancora pensiamo di poter arginare le masse di poveri che premono alle frontiere della parte ricca del mondo?
Fame, violenze, guerre, miseria e malattie spingono decine di migliaia di persone a tentare il tutto per tutto, attraversando mari, deserti, foreste e montagne. Certo non si può pensare ad un’accoglienza indiscriminata. Sarebbe distruttiva per tutti. Ma è tempo che il ricco epulone veda il povero Lazzaro alla porta di casa propria. E inizi veramente a fare qualcosa, prima che sia troppo tardi.

