Ecuador, il Paese più violento dell’America Latina: narcotraffico, coprifuoco e l’ombra di Palantir

L'Ecuador è diventato il Paese più violento dell'America Latina nel 2025, con sei città tra le prime dieci al mondo per omicidi. Il presidente Noboa risponde con stati d'eccezione e l'appoggio degli Stati Uniti, inclusa la controversa piattaforma di intelligence Palantir. La Chiesa locale chiede pace disarmata

(Foto ANSA/SIR)

In Ecuador, lo chiamano “Trumpito”, il “piccolo Trump”. Il presidente, Daniel Noboa, passa da uno “stato d’eccezione” all’altro (l’ultimo, decretato il 16 giugno, riguarda 10 province e 3 cantoni), nonostante la militarizzazione non abbia impedito che il Paese, nel 2025, sia diventato, dopo Haiti (oggettivamente “fuori concorso”) il Paese più violento dell’America Latina, addirittura davanti al Messico. Le bande criminali, strettamente legate alla “multinazionale” del narcotraffico, che tiene insieme gruppi armati colombiani, cartelli messicani, ‘ndrangheta e mafie albanesi, hanno creato le condizioni perché dal Paese, dove la coca non viene coltivata, parta il 70 per cento della droga diretta verso Stati Uniti ed Europa. Città che fino a qualche anno fa erano tranquilli centri di provincia, si trasformano in luoghi del terrore. Secondo l’accreditata “classifica” delle città più violente del mondo, stilata dall’Ong messicana Consiglio civico per la sicurezza pubblica e la giustizia penale, sulla base dei tassi di omicidi ogni 100 mila abitanti, ben sei città tra le prime dieci appartengono all’Ecuador: Babahoyo (al secondo posto, dietro la capitale di Haiti, Port-au-Prince, con un tasso di 166 omicidi ogni 100 mila abitanti), Machala, Quevedo, Manabí centro, Guayaquil ed Esmeraldas.

Coprifuoco e l’aiuto degli Usa. Di fronte al dilagare della violenza, il presidente Noboa, a partire da marzo, ha inasprito lo stato d’eccezione, decretando il coprifuoco in diverse regioni del Paese, e ha chiesto aiuto agli Stati Uniti, che sono, ora, presenti nel Paese con un ufficio permanente dell’Fbi, e con il Comando Sud dell’Esercito. Negli ultimi mesi, ci sono state esercitazioni militari congiunte e operazioni condotte in stretto raccordo con le forze statunitensi. Tra le presenze più “opache”, quella di Palantir, colosso dell’analisi dei dati e dell’intelligenza artificiale, usate per scopi di intelligence e difesa. La società è stata fondata ed è presieduta da Peter Thiel, il magnate di origine tedesca, noto per le sue controverse “letture” del cristianesimo in senso ultraconservatore e apocalittico. Andrebbe anche ricordato che lo scorso anno, i cittadini ecuadoriani hanno respinto, con una forte maggioranza, il referendum attraverso il quale si chiedeva il ritorno di basi militari statunitensi nel Paese.

Il caso Palantir. Spiega al Sir il giornalista d’inchiesta ecuadoriano Leonardo Gómez Ponce: “La violenza, in Ecuador, è un fenomeno complesso, che si articola, almeno su tre piani: quello degli omicidi, spesso ‘spettacolari’, quello delle attività di riciclaggio e contrabbando, per esempio di oro, e il livello ‘più potente’ quello dei politici, dei ‘pesci grossi’, collusi con la criminalità. Non necessariamente i luoghi con più omicidi sono i più violenti. Per esempio, ho fatto delle inchieste a Durán, nell’hinterland di Guayaquil, che non appare nelle classifiche ma a mio avviso è la città più violenta del Sudamerica. Un altro errore è pensare che i problemi si risolvano uccidendo o catturando i leader dei gruppi”. In questo contesto, attivano gli accordi del governo ecuadoriano con gli Stati Uniti, a partire da quello con Palantir, oggetto di diversi articoli scritti, negli ultimi mesi, da Gómez Ponce. “Sempre più persone, in Ecuador, sembrano disposte a barattare spazi di libertà con la promessa di una maggiore sicurezza. Va precisato che Palantir è ‘alla base’ delle retate dell’Ice negli Usa, dei bombardamenti su Gaza, dell’operazione chirurgica condotta a Caracas contro Maduro”. È previsto il supporto della società per le operazioni doganali alla frontiera con la Colombia e al porto di Guayaquil, ma resta il fatto che una piattaforma dati potentissima si sta installando nel Paese, e che, contemporaneamente, prosegue il giornalista” si effettuano operazioni militari congiunte, contro narcotrafficanti, come quella di inizio marzo nella provincia di Sucumbios, con numerosi bombardamenti. L’impressione è che Noboa, in un momento di grandi cambiamenti politici, stia diventando il più fedele alleato di Trump”.

La voce di un vescovo. Nel frattempo, nelle città si continua a vivere nella paura, come registrato anche dal Sir. Una voce forte, arriva, però, da Esmeraldas, quasi al confine con la Colombia, sul Pacifico, ed è quella di mons. Antonio Crameri, vescovo del vicariato apostolico di Esmeraldas, dove, spiega al Sir, “la violenza rimane elevata, anche se non sempre in costante aumento. Nel 2025 sono stati registrati 364 omicidi intenzionali, con un aumento di 66 casi rispetto al 2024 (più 18%). Il 2026 è iniziato con cifre simili, ma gli esperti avvertono di un aggravamento nel 2026-2027. Analogamente ad altre regioni costiere come Guayas, persistono gli omicidi tra bande per il controllo del territorio. A tutto ciò si aggiunge la presenza di gruppi irregolari nella zona di confine, con una forte pressione sulle comunità locali attraverso rapimenti, estorsioni, furti e attività minerarie illegali. La politica pubblica tende a una normalizzazione della realtà, con narrazioni di vittoria sul crimine organizzato, mentre la realtà vissuta dal cittadino comune è ben diversa”.
Certo, racconta il vescovo, “gli stati di eccezione hanno temporaneamente ridotto reati come le estorsioni e il traffico di droga, fino al 28%, secondo alcuni indicatori. Tuttavia, non rappresentano una soluzione adeguata a lungo termine: sospendono diritti, generano rischi di abusi e non affrontano le cause profonde come la corruzione o la criminalità organizzata transnazionale”. Di fatto, “vi sono molteplici rapporti delle agenzie internazionali sulle violazioni dei diritti umani e segnalazioni”. In questo contesto, secondo mons. Crameri, la cooperazione con le forze di polizia statunitensi, in linea teorica “rappresenta un progresso, ma non una soluzione completa: è complementare, rispetta in linea di principio la sovranità, ma dipende dall’attuazione locale e potrebbe far aumentare le tensioni se non dà priorità ai diritti umani, alla giustizia sociale e alla prevenzione sociale, nonché allo sviluppo delle comunità più vulnerabili. Dopotutto, siamo tutti consapevoli di come finiscono i Paesi dopo gli interventi statunitensi, pensiamo ai casi di Siria e Iraq”.
La Chiesa, in questo contesto, ha come motto: “Una pace disarmata e disarmante”. Attraverso programmi come Nación de Paz, “si è lavorato in più di 30 quartieri urbani marginali offrendo opportunità di sviluppo e prevenzione del reclutamento, nonché spazi di educazione alla pace”.

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