In Etiopia sta per riaccendersi un conflitto tra le forze indipendentiste della regione settentrionale del Tigray e il governo federale del presidente Abiy Ahmed Ali, che ha appena stravinto, di nuovo, le elezioni? È la domanda preoccupata che serpeggia tra gli operatori umanitari, anche se le tensioni finora sono localizzate e non ci sono stati particolari alert per la sicurezza. Il governo etiope ha accusato il Fronte di liberazione del popolo del Tigray (Tplf) di preparare una nuova offensiva, con il sostegno dell’Eritrea, ma i ribelli negano e dicono che si tratta di “false accuse”. Di fatto non sono ancora guarite le ferite del conflitto interno durato due anni e conclusosi nel 2022 con gli Accordi di pace di Pretoria, lasciando sul terreno 600.000 morti e oltre 800.000 sfollati interni. Lo scorso anno sono ripresi degli scontri episodici. Con le elezioni di giugno si temeva il peggio, che fortunatamente non è accaduto. La sensazione tra gli operatori umanitari è che il conflitto possa riaccendersi, anche perché, dopo gli accordi di pace, molte questioni erano rimaste irrisolte. Uno degli obiettivi principali era l’organizzazione di elezioni regionali in Tigray per ricostituire un governo locale riconosciuto ma il governo centrale non le ha mai autorizzate. I tigrini sono stati di fatto esclusi dal voto e il Tplf ha annunciato il ripristino del parlamento regionale. Gli attriti continuano, anche perché si intrecciano interessi diversi: oltre alle istanze separatiste, ci sono i sempre difficili rapporti con l’Eritrea e la questione dell’accesso al mare che vorrebbe l’Etiopia. Inoltre il governo federale etiope appoggia militarmente, insieme agli Emirati Arabi, le Rapid support forces del conflitto in Sudan. Tutto questo rende il quadro particolarmente complesso e incerto.

Etiopia, Tigray (foto: Nicola Berti, Cuamm)
In Etiopia opera Medici con l’Africa Cuamm. Il medico chirurgo Fabio Manenti ha vissuto in Etiopia per sei anni e ora va e viene frequentemente come responsabile del settore progetti di Medici con l’Africa Cuamm. In Etiopia, la grande Ong specializzata nel settore sanitario gestisce oltre venti grandi progetti, tra cui quattro o cinque nel Tigray, impiegando personale locale. Qui intervengono nella riabilitazione di ospedali danneggiati dalla guerra, fornendo infrastrutture, attrezzature e formazione al personale, aiuti sanitari a sfollati e rifugiati. Molti progetti sono sostenuti dalla cooperazione italiana ma anche dalla Cei attraverso l’8 per mille, che ha finanziato un progetto a Wolisso dedicato al rafforzamento della scuola per infermieri e ostetriche. In totale il Cuamm raggiunge in Etiopia oltre 500.000 persone.

Etiopia, a destra Fabio Manenti (foto: Nicola Berti, Cuamm)
Gli 800.000 sfollati interni nel Tigray vivono principalmente nelle scuole, alcuni occupano edifici, altri nelle tende fornite dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). “Le condizioni sono estremamente precarie, con forte sovraffollamento e servizi limitati”, racconta Manenti al Sir. Si stima che circa 60.000 siano ancora a Shire. “Questo genera un grave problema educativo – spiega -, perché molte scuole sono state trasferite negli stadi e non è chiaro come i bambini riescano a seguire regolarmente le lezioni. Si tratta di una situazione sociale estremamente complessa e ancora lontana da una soluzione”.

Etiopia, Tigray (foto: Nicola Berti, Cuamm)
Il paradosso: meglio vivere da sfollati. In situazioni di così grave disagio – il 43% della popolazione etiope è in condizione di povertà – si creano dei paradossi: lo status di sfollato o rifugiato consente di ricevere assistenza alimentare e accesso gratuito alle cure sanitarie. Per il resto della popolazione, invece, anche negli ospedali pubblici è previsto il pagamento di tariffe: “Questo diventa un disincentivo al rientro nelle zone di origine, perché,
pur vivendo in condizioni difficili, alcune persone temono di perdere quel minimo sostegno garantito nei campi”.
L’area occidentale del Tigray resta comunque instabile e il confine con l’Eritrea continua a essere una zona delicata. “Ci si può muovere con relativa sicurezza soltanto nelle aree interne – precisa -. Molti sfollati, inoltre, hanno paura di rientrare nei propri villaggi perché non percepiscono ancora condizioni di sicurezza sufficienti”.

Etiopia, Tigray (foto: Nicola Berti, Cuamm)
Clima ancora teso. La sensazione, osserva il medico del Cuamm, “è che il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray si stia riorganizzando. Nonostante le dichiarazioni ufficiali parlino di una situazione tranquilla,
sul terreno si alternano periodi di calma e momenti di tensione. Talvolta si sentono colpi d’arma da fuoco e vengono reintrodotte restrizioni agli spostamenti.
Le strade tra Shire, Mekelle e le aree più vicine al confine eritreo possono essere chiuse improvvisamente, con posti di blocco e limitazioni alla circolazione. La situazione resta molto fluida e instabile”. Se le condizioni di sicurezza dovessero peggiorare al punto da rendere impossibile il lavoro, “valuteremmo un’evacuazione – conferma Manenti -. Il problema è che, in caso di escalation, i voli vengono sospesi e gli spostamenti via terra diventano difficili. Durante il precedente conflitto avevamo organizzato, con il supporto della Caritas e della Cei, convogli umanitari per il trasporto di farmaci e aiuti, ma abbiamo incontrato enormi difficoltà a causa dei blocchi e delle restrizioni imposte dalle parti in conflitto”.

Etiopia (foto: Nicola Berti, Cuamm)
A tutto questo si aggiunge la crisi economica. Negli ultimi anni l’Etiopia ha subito una forte svalutazione della valuta, un’impennata dell’inflazione (arrivata al 10%) e un aumento generalizzato dei prezzi. Anche il carburante è un problema: “Nel Tigray noi delle Ong possiamo ottenerlo soltanto attraverso programmi dedicati e quote contingentate – racconta -. I distributori spesso non ne dispongono e il carburante viene assegnato in base alle attività autorizzate, come il funzionamento delle ambulanze o dei progetti umanitari”.
Le contraddizioni: tra sviluppo e povertà. L’Etiopia, che con i suoi 130 milioni di abitanti si presenta al mondo come uno dei principali motori economici dell’Africa, ha dunque al suo interno grandi contraddizioni, perché gran parte della popolazione continua a vivere in condizioni difficili. “È proprio così – risponde -. Addis Abeba mostra un volto moderno e in forte trasformazione: nuove strade, edifici, infrastrutture, piste ciclabili, veicoli elettrici. L’immagine è quella di un Paese in pieno sviluppo. Ma questa modernizzazione convive con profonde fragilità: conflitti locali, insicurezza, sfollamenti e povertà diffusa”.

Etiopia, Tigray (foto: Nicola Berti, Cuamm)
Lo stesso accade in altre regioni. A Nekemte, nell’Oromia, dove il Cuamm ha appena avviato un progetto, la città appare tranquilla, ma nelle aree circostanti ci sono tensioni tra gruppi armati Oromo e governo centrale. A Gambella, al confine con il Sud Sudan, il Cuamm continua a lavorare con i rifugiati sudsudanesi che arrivano in condizioni estremamente difficili e che mettono ulteriormente sotto pressione un sistema sanitario già fragile. Intanto Abiy Ahmed, premio Nobel per la Pace nel 2019, continua ad usare metodi piuttosto autoritari, anche reprimendo la libertà di stampa. “Quando è arrivato al potere sembrava incarnare grandi speranze di riforma e riconciliazione – osserva Manenti -. Ma si è trovato ad affrontare forti opposizioni da più parti. Nel tentativo di pacificare il Paese, ha finito per scontentare molti attori politici e sociali. Oggi il giudizio sul suo operato è certamente più critico rispetto agli inizi”.

