“Aleppo oggi è una città profondamente cambiata: segnata dalla guerra, dal terremoto e da una crisi che non è mai davvero finita”. A raccontarlo è il parroco latino della città, il frate francescano padre Bahjat Elia Karakach, che in una recente testimonianza a Radio Missione Francescana di Varese, ripercorre la sua vita e la situazione attuale della Siria, sottolineando il ruolo dei cristiani come presenza di dialogo e speranza.” Anche se i cristiani sono una minoranza, ad Aleppo sono sempre stati molto presenti. La città era conosciuta come la capitale del cattolicesimo in Siria”, spiega il religioso della Custodia di Terra Santa. In un Paese a maggioranza di cristiani ortodossi, la presenza cattolica ad Aleppo rappresentava una realtà significativa.

Padre Bahjat Elia Karakach
Foto Calvarese/SIR
Dal 2022 padre Bahjat è tornato ad Aleppo come parroco: “Da allora abbiamo vissuto momenti molto difficili: il terremoto del 6 febbraio 2023, gli effetti della guerra, il cambiamento del regime. Ma continuiamo una presenza antica: i francescani sono qui dal 1238”. Il ricordo della città prima della guerra è molto diverso dalla realtà attuale. “Quando ero giovane, Aleppo era una città sicura, dinamica, con molte opportunità. Era un importante centro industriale e commerciale. Oggi invece c’è degrado, insicurezza e soprattutto una grande perdita di popolazione”. L’emigrazione ha svuotato la città: “Non ho quasi più amici ad Aleppo, sono tutti all’estero. Camminando si vedono case abbandonate e quartieri vuoti. Questo crea un senso di tristezza diffuso”.
Aleppo, divisa in due. Aleppo è stata tra le città più colpite dal conflitto iniziato nel 2011. “Per anni è stata divisa in due e bombardata duramente. Ancora oggi la ricostruzione non è mai davvero partita. Il terremoto ha aggravato la situazione”. Il sacerdote sottolinea anche come la Siria sia oggi una crisi dimenticata:
“Molti pensano che tutto sia finito, ma non è così. La Siria è ancora un Paese molto martoriato e diviso”.

Aleppo, oratorio estivo (Foto parrocchia Aleppo)
Undici Chiese. Nonostante la riduzione numerica, la comunità cristiana continua a svolgere un ruolo importante. “Ad Aleppo abbiamo undici diverse Chiese. È una grande ricchezza culturale e spirituale. Ci incontriamo regolarmente per coordinare la nostra missione”. Prima della guerra i cristiani erano circa 250mila, oggi si stimano attorno ai 30mila. “Siamo pochi, ma abbiamo qualcosa da dare”. La missione, spiega, è soprattutto quella della riconciliazione.
“Molti musulmani ci dicono: ‘Abbiamo bisogno di voi cristiani’.
Ci vedono come persone di pace, disarmate. Nei nostri ambienti si sentono sicuri e riescono a dialogare anche tra loro”. Per questo “la prima testimonianza è essere uniti tra cristiani e aperti a tutti”.
Impegno sociale. Oltre alla pastorale, i francescani portano avanti un lavoro sociale importante. “Abbiamo una parrocchia attiva e un centro che offre supporto psicologico, attività educative, arteterapia e sport. È un luogo aperto a tutti gli aleppini”. Tuttavia, resta forte la spinta all’emigrazione: “Molti giovani non vedono prospettive e si sentono insicuri”. Il nuovo contesto politico presenta ulteriori sfide.
“Il numero dei cristiani è molto diminuito e questo limita la nostra presenza nella vita pubblica. In alcuni ambienti si registrano forme di discriminazione, soprattutto con un governo che ha anche un’impronta islamista”.
Investire nella formazione. Per questo la Chiesa investe nella formazione: “Stiamo preparando i giovani alla dottrina sociale e alla partecipazione politica. È importante comprendere che la politica è una forma di carità, servizio al bene comune”. Significativa anche la testimonianza durante la guerra. “Molti nostri frati, come padre Hanna Jallouf, oggi vicario apostolico di Aleppo, sono rimasti anche nelle zone più pericolose, come Idlib, sotto il controllo di gruppi jihadisti. È stata una presenza rischiosa ma fondamentale. Ha cambiato la percezione dei cristiani e ha aiutato la comunità a non scomparire”.
Verso il futuro. Guardando al futuro, il parroco indica con chiarezza le priorità. “La Siria ha bisogno di una soluzione politica e di una vera riconciliazione. Senza sicurezza non ci sarà ricostruzione”. Allo stesso tempo, il mondo può contribuire. “È importante parlare della Siria, far conoscere la sua realtà. Venire, quando possibile, per dare speranza. E sostenere i progetti sociali ed educativi”. Un punto resta essenziale: “Aiutare i cristiani a rimanere.
Se la Siria perdesse i cristiani, cambierebbe radicalmente.
Qui c’è una storia antichissima”. E conclude con uno sguardo di speranza: “La Siria è ferita, ma non è senza futuro. La riconciliazione è possibile, ma richiede coraggio e impegno da parte di tutti”.

