“L’Œuvre d’Orient conosce molto bene la scuola delle Suore di Marjayoun. È una scuola che sostiene da molti anni e io stesso mi trovavo lì due giorni prima dei bombardamenti, avvenuti il 28 maggio. La situazione era estremamente tesa. Nella regione si registravano intensi bombardamenti e scontri tra Hezbollah e l’esercito israeliano”. Comincia così il racconto di Vincent Gelot, che per l’Oeuvre d’Orient gestisce gli aiuti umanitari in Libano e Siria. Abbiamo raggiunto Gelot dopo che giovedì scorso diversi razzi lanciati da Hezbollah in risposta all’esercito israeliano, sono caduti nel villaggio a maggioranza cristiana di Marjayoun, nel sud del Libano, danneggiando la scuola delle Suore del Sacro Cuore e la chiesa greco-ortodossa di San Giorgio, un importante sito storico libanese. Le scuole cristiane del Libano meridionale – tiene subito a sottolineare l’operatore umanitario de L’Œuvre d’Orient – svolgono un ruolo fondamentale perché accolgono studenti cristiani e non cristiani. La scuola delle Suore di Marjayoun, ad esempio, ospita alunni cristiani, sunniti, sciiti e drusi. Questi istituti rappresentano pertanto “un vero elemento di coesione per la regione”.
“I bombardamenti che hanno colpito la città aumentano ulteriormente la pressione su una popolazione già stanca, indebolita e vicina al punto di rottura”.
“Nonostante tutto, però – continua Gelot -, le persone rifiutano di abbandonare la propria terra e i propri villaggi, perché considerano questo conflitto estraneo alla loro volontà e si sentono ostaggi tra Hezbollah da una parte e l’esercito israeliano dall’altra”. Le suore continuano a portare avanti la loro missione e le lezioni proseguono, attualmente in modalità online, sia per gli studenti sfollati sia per quelli rimasti in città. “I cristiani mantengono la ferma volontà di restare nella loro terra nonostante le crescenti difficoltà e il deterioramento della situazione della sicurezza nelle ultime settimane”, fa sapere Gelot. “Essi sanno bene che la terra in cui vivono è una Terra Santa alla quale sono profondamente legati, una terra visitata da Cristo e dagli Apostoli. Bisogna inoltre considerare che molti abitanti di questa regione hanno già conosciuto l’esodo più volte nel corso della loro vita, durante la guerra civile libanese e anche negli anni più recenti. Per questo motivo non vogliono essere costretti a rivivere ancora una volta la stessa esperienza”.

Libano meridionale, la scuola colpita dai razzi delle Suore del Sacro Cuore a Marjayoun (Foto Vincent Gelot)
L’Œuvre d’Orient è al fianco di queste popolazioni da molti anni, con un impegno costante e duraturo. Grazie al sostegno della Chiesa cattolica di Francia, è a fianco delle scuole e degli abitanti di queste aree e, dall’inizio del conflitto, ha inviato oltre quindici camion di aiuti umanitari nei villaggi del sud del Libano. “Io stesso mi reco regolarmente con il mio team nella regione, spesso insieme all’ambasciatore della Santa Sede, il nunzio Paolo Borgia”, racconta Gelot che aggiunge: “Siamo presenti per portare aiuti concreti, perché gli abitanti di questi villaggi vivono ormai isolati dal resto del Paese. Per raggiungerli bisogna attraversare villaggi fantasma, parzialmente o completamente distrutti. Queste comunità sono private di molte risorse essenziali e rischiano di scomparire. Per questo è fondamentale offrire loro assistenza immediata: cibo, medicinali e beni di prima necessità. Ma è altrettanto importante stare accanto a loro, far sentire la nostra presenza e incoraggiarli a resistere”.
“Ammiriamo profondamente il loro coraggio e la loro forma di resistenza pacifica, che rappresenta per tutti noi un esempio e una responsabilità”.
E’ questa la missione dell’Œuvre d’Orient da 170 anni, un anniversario che ricorre proprio quest’anno. Ieri il Papa, dopo la preghiera mariana dell’Angelus, ha ricordato che nel mese di maggio, attraverso la “catena ininterrotta” del Rosario, la Chiesa ha invocato la pace, affidando all’intercessione di Maria “i popoli martoriati dalla guerra” lanciando un’invocazione: “Possa la divina Sapienza illuminare la coscienza di chi ha autorità e orientare le decisioni verso la ricerca sincera di una pace giusta e duratura”. “Il Santo Padre ha visitato il Libano lo scorso dicembre. Sappiamo che segue con attenzione quanto sta accadendo nel Paese. Abbiamo visto anche l’impegno della Santa Sede attraverso la propria rappresentanza diplomatica. Con lui, anche i popoli, e in questa parte della terra in particolare, attendono soprattutto atti concreti”, dice Gelot.
“Al di là delle dichiarazioni e dei gesti simbolici, ciò che chiedono sono fatti. È questo che si aspettano dai leader politici e religiosi coinvolti nelle dinamiche del conflitto che sta interessando la regione”.
“Negli ultimi anni – prosegue l’operatore umanitario francese -, in Libano molte speranze sono state deluse. La mia impressione è che oggi i libanesi ripongano una fiducia limitata anche nei negoziati in corso. Seguono con attenzione gli sviluppi della situazione e sperano in una pace giusta e duratura, come tutti qui desiderano. Tuttavia, prevale un atteggiamento di prudente attesa. Le persone vogliono vedere quali saranno gli sviluppi concreti, perché vivono in una logica di sopravvivenza quotidiana. Sono diventate pragmatiche e non intendono investire tutte le loro speranze in prospettive che potrebbero non realizzarsi”.

