Libano. Padre Bou Merhi (Tiro): “Nelle tende senza più casa né memoria. Gli sfollati non sono mendicanti”

Padre Toufic racconta il dramma delle comunità del sud del Libano costrette a lasciare le proprie case distrutte dai bombardamenti e a vivere in tende. Non è solo una perdita materiale: con le abitazioni svaniscono storie, ricordi, radici. “Le tende non fanno una casa”, afferma il sacerdote, descrivendo un popolo sospeso tra sfollamento e nostalgia, con il rischio concreto che il passato venga definitivamente cancellato insieme ai villaggi. “Gli sfollati non sono mendicanti”

(Foto Bou Mehri/web)

Nonostante il 15 maggio scorso sia stata prorogata di 45 giorni la tregua tra Israele e Libano, sul terreno i combattimenti non si fermano. L’estensione del cessate il fuoco, che sarebbe scaduto il 2 giugno, dovrebbe consentire nuovi incontri politici previsti il 2 e 3 giugno e un confronto parallelo sulla sicurezza tra rappresentanti militari al Pentagono il 29 maggio. Uno dei principali nodi resta il ruolo di Hezbollah e del suo disarmo, condizione necessaria per Israele per raggiungere una soluzione stabile del conflitto. Nel sud del Libano, nelle aree a sud del fiume Litani, continuano infatti raid israeliani e contrattacchi di Hezbollah, con bombardamenti, evacuazioni e vittime civili che evidenziano la distanza tra accordi formali e realtà sul campo.

(Foto fra Toufic)

Sfollati privati della dignità. “Allungano la tregua di 45 giorni ma si continua a combattere. Sembra che i due contendenti non sappiano cosa vuol dire la parola tregua. Più che un esperto militare ci vorrebbe un linguista” commenta con amarezza padre Toufic Bou Merhi, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco dei cattolici di rito latino in un’area che da Sidone arriva fino alla frontiera con Israele. Al Sir parla di scontri continui, da un lato “i gialli (hezbollah, ndr.) che affermano che il Libano è occupato e che loro sono la resistenza” e dall’altro “gli altri (esercito israeliano, ndr.) che non vedono confini e attaccano i loro target”. In mezzo, aggiunge, “a soffrire è la povera gente, la popolazione civile, sempre più povera e sfollata, privata della dignità. In questi giorni, spiega il frate, “sono state montate sul lungo mare di Beirut nuove tende per sfollati.

Queste persone non sono mendicanti, sono cittadini libanesi che gridano i loro diritti e tra questi il primo è di rientrare o tornare nelle loro case, anche se distrutte.

Se si parla con loro ti dicono ‘tenete pure le coperte, i cuscini, il cibo, ma riportateci nelle nostre case che ricostruiremo’. Oggi non vivono, sopravvivono, ma in attesa di cosa? Questa è la domanda cui nessuno sa rispondere”. A rendere ancora più amare le parole degli sfollati dal sud libanesi una serie di indiscrezioni che vorrebbero la messa in vendita di terre evacuate, dunque non abitate, del sud del Libano per fini commerciali. “Ma chi decide di vendere le proprietà altrui, chi può arrogarsi il diritto di vendere terre e case possedute da altri?”, si chiede padre Bou Merhi.

La testimonianza di un mufti. E riporta le parole di un suo amico mufti: “Ho perso tutto a causa della guerra, la terra, la casa che posso ricostruire ma ho perso soprattutto i miei ricordi, le foto della mia famiglia, i miei libri, i miei scritti, quella era la mia vera fortuna, non certo i soldi. Chi mi ridarà tutto questo? Chi mi ridarà la sedia dove sedeva mio padre, il letto dove è morta mia madre, chi mi ridarà i miei ricordi, il mio passato, la mia storia?”. Queste parole del mufti, sottolinea il frate, “sono le stesse di qualunque libanese sfollato nella sua terra, tutte vittime innocenti di una guerra che sta cancellando il loro passato, che rende incerto il loro presente e che sta distruggendo il loro futuro. Come si fa a parlare di futuro adesso?”. Domanda che resta sospesa, come il destino di tanti villaggi del sud del Libano. Fonti militari e media locali libanesi parlano di circa 80 villaggi evacuati in una fascia di territorio che coincide soprattutto con la zona a sud del fiume Litani e con i distretti di Tiro, Nabatieh, Bint Jbeil, Marjayoun.

L’acqua di Deir Mimas. Uno di questi villaggi è Deir Mimas, nel sud del Libano, nel distretto di Marjayoun, a circa 30 km da Tiro e a 2 km dal confine con Israele (Metula) e che si affaccia sulla valle del fiume Litani, zona strategica del conflitto. Padre Bou Merhi conosce bene questo villaggio che ricade sotto la sua guida pastorale. “Non riesco a raggiungere il mio villaggio che non più tardi di 10 giorni fa ha rischiato di essere evacuato. Nel paese sono rimaste 120 case e i residenti sono tutti cristiani, non ci sono membri di fazioni in guerra. Hanno scelto di restare perché non vogliono lasciare le case e le terre. Per costringerli ad andare via l’Idf ha distrutto, pochi giorni fa, una stazione di pompaggio dell’acqua a energia solare che riforniva l’intero villaggio di acqua potabile facendola esplodere con cariche piazzate sul posto. Solo grazie al nunzio apostolico, mons. Paolo Borgia, che ha fatto un resoconto di tutto a Papa Leone XIV, si è riusciti a riparare il sistema di pompaggio. Adesso serve un generatore per riavviarlo. Nel frattempo, il sindaco di Deir Mimas ha dato ordine di acquistare l’acqua per la popolazione”.

A Tiro. Ancora più grave la situazione a Tiro, sempre nel sud. “In questi ultimi giorni – ricorda il francescano – è stata colpita da una nuova ondata di raid israeliani molto pesanti contro Hezbollah. Si contano almeno 19 morti, tra cui donne e bambini. Diversi anche i feriti. Parlano di tregua ma non sanno cosa sia” ripete amareggiato padre Toufic. Dall’inizio della guerra in Libano, 2 marzo, i morti sono oltre 3mila. “Camminare oggi a Tiro significa muoversi tra zone vuote, palazzi disabitati e in mezzo alle macerie e ai vetri. Sto parlando – ricorda padre Toufic – di una città situata a 30 km. dalla frontiera con Israele, e non a pochi chilometri. Trenta chilometri controllati da Israele”. Parlare di futuro adesso non ha senso, per il francescano, perché, dice,

“se cancelli il mio passato, se il presente non è stabile, non posso parlare di futuro”.

Pregare, resistere, restare. Una cosa resta da fare, o meglio “continuare a fare: pregare, la preghiera è l’unica arma che abbiamo. Non smettiamo mai di farlo”. Ma, ammette, “non so ste sto facendo del bene a incoraggiare la gente a resistere chiedendo loro di restare. Vedo che in alcune zone di Beirut, dove sono stato, la popolazione vive una vita apparentemente ‘normale’, se si può dire così. Stamattina ho visto i bambini di una nostra scuola in processione che cantavano inni alla Madonna.

(Foto T. Bou Mehri)

Ho pensato ai nostri che vivono al sud e che non hanno un cellulare nuovo e nemmeno Internet per accedere alle lezioni on line e mi chiedevo perché devono vivere e soffrire così tanto? È giusto tutto questo? È difficile restare sospesi in questa situazione mentre si sta consumando una tragedia alle spalle dei più poveri. Una tenda di colore blu non sostituisce il valore di una casa”.

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