Il crocifisso preso a mazzate rimane con le braccia aperte

L’immagine del soldato che si accanisce contro un crocifisso a Debel non ferisce soltanto i credenti: interroga la coscienza di tutti. Quel gesto violento contro un simbolo di amore e di pace racconta un’umanità smarrita, incapace di riconoscere il limite e il valore dell’altro. Eppure il Crocifisso resta lì, con le braccia aperte, a sfidare la logica dell’odio con quella del perdono.

(Foto @ytirawi)

Quanto accaduto a Debel lascia sgomenti. Un soldato prende a mazzate un crocifisso. Da credenti si resta feriti ma anche laicamente l’approccio a quell’immagine, a quel gesto violento, fa emergere la crudeltà di un cuore che non è più umano. La violenza che si esprime verso un simbolo d’amore, di donazione, di pace, verso il richiamo ad una fede diffusa, traduce la rabbia che c’è nell’animo di chi si accanisce contro il crocifisso.
Un gesto da condannare ma che ci deve far riflettere, che ci deve fare interrogare sull’inferno nel quale può cadere un uomo che esprime rancore e ostinazione.
Mentre il Crocifisso resta ancora lì, con le braccia aperte anche per quel soldato che osato colpire l’amore. “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” continua a dire il Maestro di Nazaret che anche con la sua immagine resta pietra di inciampo.
Segno silenzioso e potente che inquieta, che scomoda. L’uomo, non più uomo, riprende il suo gioco. Per farsi beffe di chi porge ancora la sua guancia a chi lo percuote: indovina Cristo chi ti ha colpito?
Ma ad avere preso colpi non è il simulacro, a prendere brutte “mazzate” è l’umanità inquieta, che si accanisce contro chi splende di una luce che non brilla secondo le logiche del mondo. E Dio resta ancora a là, si consegna liberamente nelle mani dell’uomo, e riceve i colpi di chi con sadica crudeltà si sa accanire con quanti hanno cuori e braccia spalancate e mani inchiodate.

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