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Accordo di pace in Colombia. Mons. Rueda: “Siamo chiamati a dare impulso a questo processo, non possiamo fare passi indietro”

Fu vera pace? È l’interrogativo che risuona in questi giorni nel Paese, a 5 anni dalla firma dell’accordo tra Governo e Farc, avvenuta il 24 novembre 2016, a Bogotá. Ne parla, in un'intervista rilasciata al Sir, il presidente dell’episcopato e primate della Colombia, mons. Luis José Rueda Aparicio, arcivescovo di Bogotá

(Foto: ANSA/SIR)

Fu vera pace? È l’interrogativo che risuona in questi giorni in Colombia, a 5 anni dalla firma dell’accordo tra Governo e Farc, avvenuta il 24 novembre 2016, a Bogotá. Risuona nei numerosi dibattiti e celebrazioni di questi giorni, ma risuona anche e soprattutto attraverso le notizie quotidiane che arrivano dalle periferie del Paese: 1.270 leader sociali uccisi dopo quella firma, secondo l’ong Indepaz, 155 solo dall’inizio di quest’anno; 293 ex guerriglieri ammazzati dopo la scelta di abbandonare le armi (44 nel 2021). Intere regioni in mano ai gruppi armati e del narcotraffico. In questo contesto prosegue l’impegno della Chiesa colombiana in favore della pace, attraverso missioni e iniziative sul campo, come quelle delle ultime settimane nell’Occidente del Paese. Ma anche attraverso la denuncia dell’assenza dello Stato in questi territori. Passando anche per un’autocritica rispetto a quanto non è stato fatto in questi decenni. Di tutto questo si fa interprete, in questa intervista rilasciata al Sir, grazie alla collaborazione dell’ufficio comunicazione della Conferenza episcopale colombiana (Cec), il presidente dell’episcopato e primate della Colombia, mons. Luis José Rueda Aparicio, arcivescovo di Bogotá.

Eccellenza, sono già passati cinque anni dalla firma dell’accordo di pace. Che bilancio si può fare? Ci sono effettivamente stati dei passi in avanti?

I passi in avanti ci sono stati.

In primo luogo, la maggior parte delle persone che imbracciavano le armi si è smobilitata e questo comporta nelle regioni una minor presenza di conflitto armato. Da un altro lato alcuni di questi ex guerriglieri sono entrati a far parte dello scenario politico, quello adeguato per portare il proprio apporto al Paese. Però, d’altro canto, in questi cinque anni, abbiamo assistito alla morte di tanti ex combattenti, di tanti leader sociali e al tempo stesso la rinascita di altri conflitti. Tuttavia, abbiamo appreso moltissimo e con dolore. E

ora siamo chiamati a dare impulso a questo processo, a continuare a scommettere sulla pace, l’implementazione potrà avvenire lentamente.

Ma non possiamo fare passi indietro.

Varie zone del Paese, per esempio il Sudovest, il Pacifico, il Nordovest dell’Antioquia, il Catatumbo, e altre, non conoscono la pace e continuano di fatto a vivere nel conflitto, senza la presenza dello Stato, sotto il controllo dei padroni del narcotraffico, dei paramilitari e della guerriglia. Perché, a suo avviso, la pace non è arrivata in periferia?

Queste periferie del Paese, che non hanno conosciuto la pace, sono sotto il dominio del narcotraffico, il quale finanzia la guerra e fa sì che le zone prima sotto l’influenza delle Farc siano oggi occupate da nuovi gruppi, i quali hanno interesse a prendere possesso delle terre e di impossessarsi delle rotte del narcotraffico, soprattutto verso l’estero. In questi luoghi ci saranno armi, ci saranno gruppi e sempre ci saranno persone dedicate a queste azioni illecite, che rendono vittime le comunità, le impoveriscono, le cacciano dalle loro case, fanno loro del male e anche uccidono. Questa è una realtà molto triste, ma è il frutto della rinascita o della continuazione di gruppi preesistenti all’accordo di pace.

Cosa deve fare lo Stato?

Lo Stato ha l’obbligo di operare per una pace positiva,

nella quale tutti possiamo impegnarci, tutti possiamo portare il nostro piccolo contributo, però soprattutto una pace che si costruisce attraverso un programma sociale, che includa i servizi sanitari, educativi, strade, una vera e propria attenzione. Ci sono molte zone del Paese che realmente sono abbandonate dallo Stato e crediamo che lì sia necessaria una presenza integrale e sociale e che questa possa essere la risposta al conflitto.

Perché, a suo avviso, sul tema della pace non cessano polarizzazione e scontri a livello politico?

Credo che la Colombia non sia un’isola: come in tutta l’America Latina esiste questo problema, questa tendenza, di una forte polarizzazione politica, che cerca il potere a partire da un punto di vista o dall’altro, ciò vale anche per il nostro Paese. Però, in aggiunta, la Colombia ha una storia accentuata di conflitti non superati, non si tratta di una novità, il fenomeno a cui assistiamo è un risorgimento dei vecchi partiti e di vecchi scontri, la Colombia ha avuto molte guerre civili, ma speriamo che questo confronto non porti a nuovi conflitti, speriamo che, pur in mezzo a diverse idee e modi di pensare, invece di camminare nella polarizzazione, nelle divisioni, nell’odio, a partire dalle diversità cerchiamo la comunione, l’unità, il bene comune, la solidarietà, com’è giusto che sia per migliorare il nostro Paese.

Il lavoro della Commissione della Verità è stato posticipato di un anno. Che speranze ha rispetto a questo lavoro?

Voglio in primo luogo ringraziare padre De Roux, la Commissione della Verità e tutti coloro che hanno dato il loro apporto, in secondo luogo, speriamo di poter trovare questi cammini di verità, di riconoscimento degli errori, che tutti possiamo aver commesso. Nella Commissione della Verità non si tratta di condannare qualcuno, ma di mettere sul tavolo la verità che conosciamo, le cause profonde del conflitto, così che possiamo capire quello che è successo e, per il futuro, correggere ciò che è stato sbagliato per fare dei passi in avanti in un Paese in pace, che si assume le responsabilità, che sa vivere nell’unità e nelle diversità.

Cosa può offrire la Chiesa in questo cammino di pace? In molte occasioni ha versato il suo sangue, però al tempo stesso lei ha recentemente chiesto perdono per le mancanze della Chiesa in questi decenni di conflitto. Ci spiega il motivo di questa presa di posizione?

La Chiesa è convinta dell’opportunità del dialogo, della riconciliazione e della pace.

Nella Chiesa, a tutti i livelli – vescovi, sacerdoti, religiosi, diaconi e laici – siamo stati totalmente impegnati, soffrendo le vicissitudini della guerra e del conflitto, abbiamo avuto martiri, uomini e donne, vescovi e catechisti, laici, morti in questa atroce guerra che continua da molti anni, sperando che un giorno abbia termine. Al tempo stesso, abbiamo chiesto perdono per quelle omissioni che abbiamo commesso. E continuiamo a esprimere la convinzione che il cammino della riconciliazione in Colombia è il cammino del dialogo, del perdono, dell’ascoltarci tra noi e dell’impegno integrale di tutti i settori della società e a questo vogliamo e possiamo contribuire come Chiesa.

È ottimista per il futuro? Cosa si può sperare dai prossimi anni?

Io ho un valore, che siamo chiamati a coltivare tra battezzati, ed è la virtù della speranza. È una virtù teologale e ciò significa che è Dio stesso che ci incoraggia, che cammina con il suo popolo, che cammina in mezzo alla sofferenza. Sono convinto che il Signore cammini con la Colombia: cammina con tutti noi che siamo disposti a dare tutto per il nostro Paese.

Io vivo della speranza di tempi migliori, di una storia nuova, di pace e riconciliazione nel nostro Paese.

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