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A Mandalay suore e monaci buddisti in aiuto della popolazione. Il Paese è in preda a fame e paura

“La situazione è dura sotto ogni punto di vista. Le persone vivono sotto pressione e nella paura giorno e notte. Ci si sente insicuri anche a casa propria perché si può essere catturato e colpito in qualsiasi momento”. È suor Lucia Aung, dell’ordine “San Giuseppe dell’Apparizione” di Mandalay, a raccontare al Sir come sta vivendo la popolazione birmana sotto il colpo di Stato. Emergenza Covid, povertà e fame. Le suore stanno collaborando insieme ai monaci buddisti per aiutare le famiglie in difficoltà. “Molti dei nostri concittadini stanno dando la vita per il bene e per il futuro del nostro Paese. Non possiamo tacere. Vogliamo fare qualcosa anche noi, rimanendo vigili. Non è facile ma ringraziamo Dio per questa opportunità che abbiamo di coordinarci con le altre religioni”

Prima il Covid, subito dopo il colpo di Stato militare e ora anche fame e insicurezza. Non c’è pace in Myanmar. “Dal colpo di stato militare del 1 febbraio – racconta al Sir suor Lucia Aung, dell’ordine “San Giuseppe dell’Apparizione” di Mandalay -, la situazione della popolazione è dura sotto ogni punto di vista. Le persone vivono sotto pressione e nella paura giorno e notte. Ci si sente insicuri anche a casa propria perché possiamo essere catturati e colpiti in qualsiasi momento”. A lanciare l’allarme era stato anche il card. Charles Bo, arcivescovo di Yangon e presidente della Conferenza episcopale, nell’omelia pronunciata durante la messa della Domenica della Misericordia.  “Milioni di persone in Myanmar stanno morendo di fame”, aveva detto. Prima del Covid, il 17% della popolazione birmana non aveva accesso alla sicurezza alimentare. Dopo un anno, secondo la Banca Mondiale, questa percentuale è salita al 62%. L’emergenza si è acuita con il colpo di Stato. Le persone hanno paura, sono traumatizzate. Hanno bisogno di parole di conforto. Il cardinale chiamava a compiere “oggi e ovunque buone azioni” e le religiose hanno risposto a quell’appello, coordinando gli interventi insieme e in spirito di comunione con i monaci buddisti della città. Tutto è iniziato il 3 aprile scorso quando i militari hanno appiccato il fuoco in un quartiere musulmano dove pensavano che si fossero nascosti degli attivisti. La gente si è così ritrovata per strada con le case bruciate. Le suore, insieme ai monaci, hanno cominciato a portare cibo e conforto alla comunità colpita e da allora non hanno smesso di lavorare, a fianco delle famiglie più povere, portando pacchi alimentari e consolazione a chi ha perso familiari durante le manifestazioni. “Siamo un gruppo di 15 monaci buddisti e 7 suore. Si sono uniti a noi anche 5 fratelli e sorelle musulmani e indù”, racconta suor Lucia. “Abbiamo pubblicato alcune foto delle nostre attività sulla nostra pagina Facebook per mostrare alle persone che siamo UNO e siamo con il nostro popolo. Molte persone vengono a conoscere le nostre attività, ci contattano e hanno offerto aiuto”.

Suor Lucia, quanto si fa sentire l’emergenza fame?

Non abbiamo cifre certe per dire esattamente quanti soffriranno la fame in futuro, ma dal nostro piccolo punto di vista e da ciò che vediamo nel nostro ambiente, penso che se questa rivoluzione continuerà, molte persone dovranno affrontare seri problemi finanziari che potrebbero portare alla mancanza di cibo e alla indigenza. Anche i prezzi stanno già aumentando. Le famiglie che hanno qualcuno che ha aderito al “Movimento per la disobbedienza civile” (il Cdm) sono state costrette a lasciare gli appartamenti governativi. È molto difficile raggiungerle e aiutarle. Abbiamo però trovato il modo per entrare in contatto con loro anche se non possiamo esprimerci nei dettagli per motivi di sicurezza.

Com’è la situazione politica in questo momento?

A Mandalay, i nostri fratelli monaci buddisti stanno manifestando ogni giorno dal colpo di stato. Non si sono mai fermati e continuano ancora. Sì, è pericoloso e anche i monaci devono scappare quando i militari li attaccano. Se non scappano, i manifestanti vengono catturati, portati in prigione e non si sa lì cosa succede. A volte, i militari e la polizia chiedono anche 200 dollari per il rilascio delle persone dalla prigione.

Siete spaventate? Vi sentite al sicuro?

Anche i religiosi non sono al sicuro. Possono entrare in monastero anche di notte, fare retate in ogni luogo senza permesso e sparare, distruggere tutto a loro piacimento. Hanno le pistole in mano, quindi tutti devono stare attenti in qualsiasi momento. Se hai delle foto o dei video relativi alla protesta, se hai postato sul tuo account Facebook qualcosa contro il colpo di stato, il tuo telefono viene controllato e prelevato.

Se la situazione è così pericolosa, perché voi suore avete deciso di uscire allo scoperto e aiutare le persone?

Perché molti dei nostri concittadini stanno dando la vita per il bene e per il futuro del nostro Paese. Non possiamo tacere. Vogliamo fare qualcosa anche noi, rimanendo vigili. Non è facile ma ringraziamo Dio per questa opportunità che abbiamo di coordinarci con le altre religioni.

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