Terra Santa: nella parrocchia di Sant’Antonio a Giaffa i rifugiati trovano anche una degna sepoltura

Nella chiesa di Sant’Antonio a Giaffa (Custodia di Terra Santa) i fedeli della comunità cristiana di lingua araba si sono attivati con una rete di solidarietà per aiutare i migranti e i rifugiati in grave difficoltà a causa del Covid-19. Non solo un aiuto materiale ma anche spirituale. "La pandemia - racconta al Sir il parroco, padre Agustin Pelayo Fregoso - ci ha fatto riscoprire più uniti e solidali" e "misericordiosi quando si è trattato di dare una degna sepoltura a un giovane rifugiato eritreo morto suicida perché non riusciva a mandare più soldi a casa"

Giaffa, Chiesa sant'Antonio

“Mi scusi ma ero occupato con alcuni miei parrocchiani malati di Covid-19 che hanno un grande bisogno di sostegno e vicinanza materiale e spirituale”: esordisce così padre Agustin Pelayo Fregoso che è il parroco della chiesa di Sant’Antonio a Giaffa, cittadina sul mare non distante da Tel Aviv, con la quale forma un unico distretto. È nel suo porto che, nell’antichità, fu sbarcato il legname di cedro del Libano necessario per la fabbricazione del Tempio all’epoca di Salomone e di Zorobabele. Da Giaffa il profeta Giona salpò verso Tarsis e sempre sulla sabbia di Giaffa fu rigettato dal pesce. Ed è qui che, sempre secondo la tradizione biblico-cristiana, l’apostolo Pietro confortò una folta comunità di ebrei che credevano in Cristo, compì miracoli ed ebbe visioni.

Giaffa, parrocchia Sant’Antonio

La chiesa di padre Agustin, frate della Custodia di Terra Santa, può essere definita la parrocchia dei migranti e dei rifugiati, la casa delle comunità africana, filippina e indiana, le più numerose tra quelle presenti in questa area, ma anche e soprattutto di quella araba, che conta oltre 1.500 fedeli. “La parrocchia – dichiara il frate – mette a disposizione degli spazi di ritrovo e per le celebrazioni in lingua madre. Il sabato si celebra la messa per gli indiani, seguita da oltre 300 persone, ci sono poi messe per gli africani, i filippini e gli altri stranieri. La domenica celebriamo per gli arabi e per i diplomatici”. “Difficile dire – ammette il parroco – quanti siano perché molti di questi migranti e rifugiati non hanno documenti oppure non sono iscritti negli elenchi delle rispettive ambasciate. Di certo, i filippini sono svariate migliaia e frequentano anche l’altra chiesa della città di Giaffa, san Pietro”. Anche se “soccombono” per numero, “i cristiani arabi – ricorda però il parroco – sono stati i primi ad arrivare nel 1631, quando la parrocchia è stata fondata. Si stabilirono qui nonostante l’impegno primario dei frati al tempo fosse l’accoglienza degli stranieri e dei pellegrini in arrivo via mare”.

Vocazione viva. Una vocazione che è rimasta nel Dna della parrocchia e che nemmeno la pandemia di Covid-19 ha scalfito. Anzi. “Durante il periodo di lockdown – ricorda il parroco – abbiamo, tra le varie cose, attivato una rete con i social media che ci ha permesso di restare in contatto con i fedeli. Abbiamo creato gruppi di preghiera su Whatsapp e Zoom, trasmesso Messe e adorazione in streaming, ottenendo una grande risposta di fede e di partecipazione e, vorrei rimarcarlo, anche di solidarietà”. Il Covid-19 ha determinato un aggravamento delle condizioni economiche e sociali soprattutto delle comunità migranti e rifugiati della parrocchia. L’aiuto che abitualmente i frati offrivano ai più vulnerabili così non è bastato più. “Molti migranti e rifugiati sono in una situazione a dir poco critica – spiega padre Pelayo Fregoso – perché non avendo un contratto di lavoro non godono di nessuna tutela da Israele. I primi a tendere loro la mano sono stati i fedeli della comunità cristiana di lingua araba che si sono subito attivati per organizzare un centro di aiuto dove poter assistere le famiglie più bisognose, soprattutto quelle con bambini piccoli”. Si sa che la solidarietà è contagiosa e così, rivela il religioso, “sono arrivati aiuti anche da fuori i confini parrocchiali, da fedeli di altre confessioni cristiane. Anche chi ha meno mezzi di altri ha voluto donare qualcosa”.

“Ci siamo riscoperti più uniti e solidali. Non ha prevalso l’egoismo ma l’accoglienza”.

Nel centro si muovono i rappresentanti delle comunità migranti che offrono il loro aiuto anche per la lingua: “Ci hanno permesso di conoscere meglio i bisogni e le famiglie più vulnerabili di ogni comunità evitando di disperdere gli aiuti o di consegnarli alle persone sbagliate”. “La pandemia – aggiunge padre Agustin – ha permesso a tutte le comunità della parrocchia di conoscersi meglio, di integrarsi superando diffidenze e pregiudizi. Oggi la parrocchia è più che mai una casa allargata dove i fedeli di tutte le etnie vengono a pregare, a ritrovarsi, cantare e danzare secondo i loro usi e tradizioni”.

“Ed è ancora più bello vedere famiglie musulmane venire in chiesa a venerare Maria, soprattutto nei mesi mariani”.

Giaffa

Parrocchia in quarantena. Alla solidarietà concreta si affianca anche quella spirituale. La possibilità di celebrare di nuovo con il concorso di popolo, nel rispetto del distanziamento sociale, purtroppo non è data alle persone costrette in casa per la quarantena. A fine maggio in Israele il peggio sembrava essere passato e così il Governo ha deciso di allentare le restrizioni consentendo la riapertura delle attività, scuole incluse. Nei giorni scorsi una nuova ondata di casi di Coronavirus ha fatto precipitare la situazione. “Così oggi – dice padre Agustin – tanti nella parrocchia sono in quarantena. Dopo la riapertura delle scuole il virus è tornato a colpire e alcuni dei nostri alunni sono positivi. Al momento abbiamo 10 casi conclamati in parrocchia e li seguiamo in ogni modo possibile. Con il telefono, per esempio, sentendoli tutti i giorni per sapere come stanno, lasciando loro il necessario per mangiare e portando la comunione. In questo caso mettiamo l’ostia consacrata in una custodia con il simbolo della parrocchia che lasciamo sulla porta di casa così che possano subito ritirarla”.

Una degna sepoltura. Nella parrocchia dei migranti e rifugiati di Giaffa l’aiuto non è solo materiale, cibo, medicine e vestiario, ma diventa anche “un’opera di misericordia corporale come quella di dare una degna sepoltura alle persone”. “Un giovane eritreo – racconta il parroco – la scorsa settimana si è suicidato perché non riusciva a mandare soldi ai suoi familiari rimasti in patria. La pressione e lo sconforto lo hanno sopraffatto e così ha deciso di farla finita. Come comunità abbiamo dato una sepoltura temporanea al giovane la cui salma non poteva essere rimpatriata per motivi economici e a causa del blocco dei voli per il Covid-19.

Ci sono tante persone che emigrano o fuggono dalla propria terra per provare a costruirsi un futuro altrove. E invece di trovare un tetto e un lavoro trovano la morte. Tanti sono giovani.

La pandemia ha provocato un ulteriore aggravamento delle loro condizioni sociali ed economiche, privandoli anche di un minimo di lavoro, magari giornaliero, che consentiva loro di sfamarsi e continuare a sperare. Molti così decidono di farla finita. E questa è una vera tragedia”.

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