Terzo giorno di proiezioni alla Festa del cinema di Roma. Omaggio anzitutto al cantautore napoletano Pino Daniele con “Je so’ pazzo” di Nicola Prosatore. Origini, famiglia e primi granitici successi in un biopic giocato in chiaroscuro. Protagonista Massimiliano Caiazzo in una performance fisica e introspettiva di grande trasporto. È anche il giorno di “Fatherland” del regista polacco Paweł Pawlikowski, incoronato all’ultimo Festival di Cannes. Il racconto del viaggio nella Germania del 1949 dello scrittore premio Nobel Thomas Mann e di sua figlia Erika. Opera sussurrata ed elegante, impreziosita dalle interpretazioni di Sandra Hüller e Hanns Zischler.
“Je so’ pazzo” (al cinema dal 15 ottobre)
“Un uomo che si divide tra due mondi: da una parte il giovane Pinotto, dall’altra il musicista Pino Daniele. Ed è anche una storia di Napoli, una madre che ti abbraccia e ti soffoca allo stesso tempo. E quella lotta tra restare e andare via che Pino ha sentito tutta la vita”. Così Nicola Prosatore dà la linea del suo film-omaggio a Pino Daniele, “Je so’ pazzo”, scritto con Edoardo Puma e Carlo Salsa, dal libro “Pino Daniele. Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce” di Alessandro Daniele. Un biopic parziale, che racconta infanzia, giovinezza e gavetta di Pino Daniele fino ai primi album di successo e al grande concerto del 1981 in piazza del Plebiscito, davanti a 200mila persone. A interpretarlo con convinzione e sorprendente mimesi è Massimiliano Caiazzo; nel cast anche Mariasole Pollio, Giovanni Ludeno, Monica Nappo e Antonia Truppo. È nelle sale dal 15 ottobre con 01 Distribution.
La storia. Napoli, 1981: poco prima del concerto gratuito in piazza del Plebiscito, Pino Daniele si abbandona ai ricordi, dall’infanzia nei vicoli di Napoli inseguendo il padre Gennaro agli anni in casa delle zie Bianca e Lia, fino alla formazione della prima band e alla composizione musicale capace di fondere lingua napoletana e blues. Poi, l’incontro con la corista Dorina e l’incisione dei primi album, “Terra mia” (1977) e “Nero a metà” (1980).
Con “Je so’ pazzo” il regista Prosatore (Napoli, 1981) si confronta con due simboli del suo retroterra: il mito musicale di Pino Daniele e la città di Napoli, con la sua bellezza struggente e le sue molte complicazioni. Un racconto dove lo spirito della città e quello di un grande artista si sovrappongono, si fondono. In particolare, l’autore mostra le origini umili di Pino Daniele, il rapporto irrisolto con la figura paterna e il desiderio di riscatto che arriva dalla musica. Un riscatto però lontano dalle rotte convenzionali: il cantautore voleva essere se stesso, fare una musica di tradizione e al contempo di rottura, che sapesse parlare a tutti, ma soprattutto fedele alla sua dimensione creativa interiore.
Il film viaggia spedito lungo il flusso di ricordi, tra pagine biografiche e momenti creativi, come la genesi di pezzi iconici, in testa “Napule è”. Un’opera che insegue uno stile originale, soprattutto nei movimenti di macchina e nel ritmo narrativo. Un racconto curato ma non patinato, lineare e valido, senza troppi sussulti, che brilla soprattutto per la prova di Caiazzo e i brani di Pino Daniele. Consigliabile, realistico, per dibattiti.
“Fatherland” (al cinema dal 16 ottobre)
“Affronta i tumulti della storia, l’esilio e il nostro bisogno trascendentale di un senso di appartenenza. Coniuga inoltre un momento storico drammatico e una vicenda umana molto particolare”. Il regista polacco Paweł Pawlikowski – suoi “Ida” (2013, Oscar per il miglior film internazionale) e “Cold War” (2018) – introduce così il suo nuovo film “Fatherland”, accolto con entusiasmo al 79° Festival di Cannes, dove ha ottenuto il premio per la miglior regia. L’opera muove da fatti veri, dalle biografie del premio Nobel Thomas Mann e di sua figlia Erika, in viaggio nella Germania del secondo dopoguerra. A interpretarli gli ottimi Hanns Zischler e Sandra Hüller. Coprodotto dall’italiana Our Films, è in sala con Mubi dal 16 ottobre.
La storia. Francoforte, 1949: Thomas Mann e sua figlia Erika sono in viaggio a bordo di una Buick per delle conferenze. È un ritorno in Germania dopo anni trascorsi negli Stati Uniti, ritrovando una terra natia divisa e polarizzata. Dopo Francoforte i due si spostano a Weimar, sotto l’egida sovietica. Nel mentre li raggiunge la notizia del suicidio del gemello di Erika, Klaus. Un dolore che spezza padre e figlia, ma con reazioni differenti.
La polarizzazione che serpeggia nella Germania del 1949 produce “due narrazioni che appiattiscono tutto – indica il regista –, tolgono l’ossigeno, ti costringono a schierarti e, lentamente, soffocano la capacità di discernimento e la libertà di parola. Per Mann, l’unica difesa contro questa riduzione ideologica era l’Arte”. Con grande finezza visiva e narrativa, Pawlikowski entra nell’animo aggrovigliato di un Paese e in quello di uno dei suoi maggiori intellettuali. Uno sguardo parallelo giocato tra mondo esterno e dimensione introspettiva, tra le rovine di un Paese dilaniato e quelle di un uomo, di una famiglia, sbeccata dalla vita e mutilata dal suicidio di un figlio. È la metafora di un lutto, verso una patria che non c’è più e un figlio-fratello scomparso, uno strappo che ha bisogno di essere elaborato, pianto.
Un racconto governato con grande maestria, in uno splendido e raffinato bianco e nero, che si chiude con una sequenza marcata da poesia. Un’opera stratificata, attraversata da più riferimenti e piste tematiche, che brilla soprattutto per la regia e i due interpreti. Consigliabile, problematico, per dibattiti.

