Un traguardo storico per il movimento per la pace e la nonviolenza, proprio mentre i venti di guerra che soffiano sull’Europa si fanno più intensi. La campagna “Un’altra difesa è possibile” ha superato le 50.000 firme necessarie per portare all’esame del Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare. Per conferire un mandato politico ancora più solido al provvedimento, la raccolta delle sottoscrizioni proseguirà fino al 18 settembre, prima del deposito formale delle firme in Senato. La proposta prevede l’istituzione di un Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, con l’obiettivo di coordinare, sotto un’unica strategia orientata alla prevenzione dei conflitti, strumenti già presenti nell’ordinamento italiano, integrando Servizio civile universale, Protezione civile e Corpi civili di pace. Questi ultimi sono chiamati a svolgere compiti di prevenzione dei conflitti, mediazione, diplomazia dal basso e cooperazione internazionale, in sinergia con altre realtà operative, tra cui Protezione civile e Vigili del Fuoco. Si tratta di un modello di difesa alternativo a quello militare, fondato su mezzi civili e coerente con la costruzione della pace, come sancito dagli articoli 11 e 52 della Costituzione. La proposta prevede inoltre un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo e un Fondo nazionale dedicato, alimentato anche dai proventi derivanti dall’estensione dell’opzione fiscale del sei per mille dell’Irpef. Francesco Vignarca, portavoce della Rete italiana pace e disarmo, tra i promotori dell’iniziativa insieme alla Cnesc (Consulta nazionale enti servizio civile), al Movimento nonviolento e alla campagna “Sbilanciamoci!”, spiega al Sir: “Il Corpo civile di pace non deve essere soltanto rivolto ai giovani, né limitato nel tempo o parziale. Noi pensiamo a
contingenti di migliaia di persone, professioniste e formate, che sul lungo periodo vadano a svolgere questo tipo di azione e di lavoro.
Esistono i soldati, esistono i marinai, esistono persone che studiano e si addestrano per fare i piloti di aereo. Noi vogliamo persone che studino e si addestrino per fare parte del Corpo Civile di Pace”.

50.000 firme: è un primo traguardo importante per il movimento pacifista in Italia?
È sicuramente uno snodo. Abbiamo dimostrato di saper fare proposte concrete e di avere pezzi di consenso. Di conseguenza, il movimento pacifista, spesso considerato aleatorio, sottostimato, lasciato da parte o addirittura mistificato — nel senso che ci vengono attribuite cose che non diciamo — esiste, ha una sua titolarità, una sua personalità politica e di mobilitazione. E l’ha dimostrato con qualcosa di incontrovertibile: una raccolta firme durata sei mesi. Tutti i cambiamenti e le trasformazioni hanno bisogno di tempo. Non siamo ancora a un passo risolutivo, però a un primo passo concreto. Una legge di iniziativa popolare deve poi passare per il Parlamento, deve avere le forze politiche che la discutono e la mettono nelle condizioni di essere approvata. Noi abbiamo costruito la precondizione affinché il Parlamento possa approvarla, in un momento che potrebbe essere opportuno. La proposta sarà incardinata al Senato e quindi automaticamente riproposta nella legislatura successiva: quando ci saranno le elezioni non ripartiremo da zero.
Nelle ultime settimane abbiamo avuto un confronto diretto con le forze politiche, con le adesioni di dieci gruppi parlamentari.
È stato difficile spiegare all’opinione pubblica un nuovo sistema di difesa nonviolenta? Come lo avete raccontato?
Questo è un altro degli obiettivi della campagna: fare un ragionamento culturale e informativo all’interno di una cappa mediatica che parla solo di droni, armi, missili, scontri e bombardamenti, dicendo che c’è un’altra possibilità, un altro approccio. Il Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta metterebbe insieme cose che esistono già, con altre che andrebbero sviluppate proprio per la situazione internazionale. È oggi che abbiamo bisogno di un approccio diverso, che permetta di avere un’intermediazione nei conflitti e la possibilità di intervenire con persone formate. Le nostre organizzazioni già fanno tanto, come l’Operazione Colomba della Comunità Papa Giovanni XXIII, ma non hanno una scala di intervento come potrebbe essere quella di un Corpo civile di pace governativo. Inoltre, se si fa in Italia, l’esperienza potrebbe essere esportata all’Unione europea.
Non è una concessione, come si faceva all’inizio con gli obiettori di coscienza: è un diritto. Il diritto di difendere la patria senza armi. Poi vedremo se è più efficace questa strada o il riarmo.
L’opinione pubblica potrebbe confondere il Servizio civile con i Corpi civili di pace?
Sì, potrebbe farlo. Però siamo qui a cercare di spiegarlo. I Corpi civili di pace e il Servizio civile sono due cose diverse che possono convergere. Siamo pronti a questa sfida culturale, anche se difficile dopo anni di martellamento nell’altro senso. Prendiamo sul serio il mandato che ci ha dato Papa Leone quando ci ha ricevuto a maggio 2025. Ci ha detto chiaramente: la pace si costruisce con istituzioni di pace. Per noi l’istituzione di pace è un Dipartimento concreto, che ha continuità e non dipende dalla situazione contingente. Noi crediamo veramente che siano le istituzioni votate alla pace a scegliere quella strada, perché le istituzioni votate alla guerra e al militarismo scelgono la guerra.
Adesso i Corpi civili di pace sono un’esperienza ancora residuale. Come dovrebbero essere strutturati?
La sperimentazione dei Corpi civili di pace è stata positiva, ma presenta anche problematiche legate alle dimensioni: 9 milioni di euro in 12 o 13 anni, mentre nello stesso periodo le spese militari sono state di centinaia di miliardi. Quando è nata, agganciata a una legge di bilancio del 2013, i soldi sono stati trovati e collegati al Servizio civile. Per noi il Corpo civile di pace non deve essere soltanto rivolto ai giovani, né limitato nel tempo o essere un’esperienza parziale. Pensiamo a contingenti di migliaia di persone, professioniste e formate, che sul lungo periodo vadano a svolgere questo tipo di azione e di lavoro. Esistono i soldati, i marinai e persone che studiano e si addestrano per fare i piloti di aereo. Noi vogliamo persone che studino e si addestrino per fare parte del Corpo Civile di Pace. Altrimenti si hanno difficoltà a intervenire e le nostre idee possono essere bollate come poco efficaci. Ma non sono le idee a essere poco efficaci: il problema è non avere gli strumenti e le strutture per poterle mettere in pratica. Il Dipartimento vuole colmare proprio questa lacuna, con risorse, strutture e personale per fare interventi con un’altra “muscolatura”, che non è quella militare. Noi crediamo molto nell’azione e nell’impegno della società civile, ma abbiamo bisogno anche delle istituzioni. Vogliamo, proprio perché è previsto costituzionalmente e dovrebbe essere anche una funzione pubblica, che questo strumento sia a disposizione degli Stati e che quindi un governo, di fronte a una crisi o a una situazione problematica, abbia più strumenti per intervenire: non solo i militari, ma anche i Corpi Civili di Pace. Gli stessi militari ci hanno detto che sono stati addestrati per la sicurezza e la guerra, ma non sanno fare il peacebuilding, creare intesa tra le comunità dopo una guerra o evitare un’escalation. Questo lo sanno fare i Corpi civili di pace e altre strutture.
Avete definito anche un numero possibile di presenze in questo contingente di pace?
No, però abbiamo definito un primo finanziamento di 100 milioni di euro, che deriverebbe da una diminuzione della spesa militare. Poi, come tutte le cose pubbliche, i finanziamenti vengono decisi anno per anno attraverso la legge di bilancio. Perciò nella proposta di legge suggeriamo la possibilità di destinare il 6 per mille, ossia una parte delle proprie tasse, alla difesa militare oppure alla difesa civile. In questo modo si potrebbe far capire che molte persone vogliono potenziare una difesa nonviolenta. Con un finanziamento diretto dai contribuenti, qualsiasi governo non può far finta di niente semplicemente decidendo di non mettere i soldi.

