Rimettere la persona al centro, rafforzare l’alleanza tra scuola e famiglia e accompagnare gli studenti nelle trasformazioni prodotte dall’intelligenza artificiale. Sono le priorità indicate dalla Fidae nel Manifesto 2026. Alla ripresa delle attività scolastiche, in questo mese di settembre, il Manifesto viene affidato a gestori, coordinatori, docenti, educatori e famiglie come una proposta di lavoro da portare nei collegi dei docenti, negli incontri con i genitori, nei percorsi di formazione e nella progettazione educativa delle scuole per il nuovo anno scolastico. Abbiamo sentito Virginia Kaladich, presidente nazionale della Fidae.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
Presidente, quali sono le priorità indicate dalla Fidae nel Manifesto 2026 come impegni da attuare nell’anno scolastico 2026/2027?
Il Manifesto 2026 affida alle nostre scuole tre impegni: “Custodire l’umano”, “Ricostruire comunità”, “Generare futuro”.
Custodire l’umano: riconoscere che la dignità di ogni persona viene prima di risultati, prestazioni e competenze. Ogni alunno deve essere accolto nella sua unicità, con talenti e fragilità.
Ricostruire comunità: rafforzare i legami tra studenti, insegnanti, genitori, personale scolastico, comunità ecclesiale e civile. La scuola non può essere una somma di individui né limitarsi a erogare un servizio: deve tornare a essere una comunità educante, nella quale ciascuno partecipa secondo il proprio ruolo e i genitori sono corresponsabili del progetto educativo. Generare futuro: accompagnare i cambiamenti legati al digitale e all’intelligenza artificiale senza paura, ma anche senza delegare alle tecnologie ciò che appartiene alla responsabilità delle persone. L’educatore viene così definito dal Manifesto una “sentinella dell’umano”: capace di accorgersi di chi rischia di non essere visto, riconoscere ciò che sta nascendo e distinguere le opportunità dalle minacce.
Nell’era del digitale, dei social e della messaggistica, i nostri ragazzi sono abituati sempre meno all’uso dell’italiano formale, di un vocabolario ricco e forbito, di una sintassi corretta. In che modo la scuola può aiutare i ragazzi ad arricchire il vocabolario?
La scuola non deve demonizzare i linguaggi digitali, parte della vita dei ragazzi e dotati di una propria creatività, ma deve aiutarli a comprendere che ogni contesto richiede parole, registri e forme differenti: un messaggio a un amico non ha la stessa struttura di una relazione, una lettera, un’argomentazione o un intervento pubblico. Il compito della scuola è ampliare le possibilità espressive, non censurare quelle già utilizzate.
Un vocabolario ricco permette di nominare meglio la realtà, riconoscere le emozioni, formulare domande più profonde e partecipare consapevolmente alla vita sociale: significa essere più liberi.
Occorre quindi lavorare quotidianamente su lettura, scrittura e oralità, confrontando linguaggi diversi: riscrivere messaggi informali in forma argomentativa, analizzare il linguaggio dei social, riconoscere semplificazioni e manipolazioni, imparare a sostenere una tesi e ad ascoltare quella degli altri. Il digitale può così diventare un ambiente da conoscere e comprendere criticamente, non un nemico da cui fuggire.
Il calo della competenza linguistica può compromettere la capacità di pensiero critico e di introspezione?
Le parole non servono solo a comunicare, ma a costruire il pensiero. Un vocabolario povero rende più difficile comprendere, argomentare e interpretare la realtà, aumentando il rischio di manipolazione e contrapposizione. La scuola cattolica, attraverso una concezione integrale della persona, deve coltivare la parola in tutte le discipline, valorizzando intelligenza, affettività, corporeità, spiritualità e relazioni. Raccontare, spiegare, porre domande, confrontare fonti, esprimere dubbi e motivare scelte sono strumenti essenziali per educare al pensiero. Papa Leone XIV ricorda che domande e dubbi non vanno tacitati, ma accompagnati (cfr. Lettera apostolica “Disegnare nuove mappe di speranza”). Rimettere la parola al centro significa promuovere dialogo, ascolto, riflessione e ricerca condivisa della verità, educando a un linguaggio responsabile, capace di costruire relazioni senza ferire o escludere.
La lettura aiuta tanto ad aprire la mente e a imparare nuove parole: come affascinare di nuovo i ragazzi a questo mondo?
L’amore per la lettura nasce dall’incontro con una storia, una domanda o un personaggio capace di parlare alla vita del lettore. Il libro non deve essere solo un esercizio da verificare: prima di analizzarlo, occorre permettere ai ragazzi di abitarlo. Servono biblioteche scolastiche vive, letture condivise, incontri con autori, gruppi di discussione e percorsi che colleghino la letteratura al cinema, al teatro, alla musica e ai linguaggi digitali. È importante lasciare spazio alla scelta, perché non tutti entrano nella lettura dalla stessa porta. È decisiva soprattutto la testimonianza degli adulti: insegnanti e genitori che leggono e condividono ciò che un libro ha lasciato loro, insieme a una comunità scolastica in cui i libri circolano, trasmettono ai ragazzi che leggere non significa allontanarsi dalla vita, ma comprenderla più profondamente.
Come si rimette al centro la persona nella scuola italiana?
Rimettere al centro la persona significa andare oltre i risultati per riconoscere domande, relazioni, talenti e fragilità di ogni ragazzo.
Personalizzare non significa abbassare le aspettative, ma aiutare ciascuno a esprimere pienamente le proprie possibilità. Classi complesse, discontinuità educativa, burocrazia, precarietà, scarsità di risorse, disuguaglianze e cultura della prestazione rendono questa sfida più difficile; anche il digitale rischia di ridurre la persona a dati e risultati. Occorre investire su insegnanti, tempo educativo, ascolto e reti territoriali, rafforzando la collaborazione con famiglie e realtà sociali. Come afferma il Manifesto Fidae, la dignità non dipende dalla prestazione: la scuola mette al centro la persona quando nessuno è invisibile e ciascuno trova il proprio posto nella comunità.
L’alleanza tra scuola e famiglia è spesso invocata, ma talvolta si incrina nella quotidianità. Quali strategie concrete si possono mettere in atto affinché i genitori supportino attivamente a casa l’azione linguistica e culturale avviata in classe?
L’alleanza educativa richiede ascolto, confronto e formazione continui, con famiglie corresponsabili del progetto educativo. Per sostenere lettura e linguaggio servono letture condivise, laboratori genitori-figli, dialogo senza schermi e accesso a biblioteche e luoghi culturali, offrendo alle famiglie indicazioni concrete senza trasformare la casa in una seconda aula.
La scuola deve accompagnare e valorizzare ogni famiglia, senza giudizi, riconoscendo le diverse condizioni culturali, linguistiche ed economiche e creando opportunità accessibili a tutti.
Papa Leone XIV definisce l’educazione cristiana un’opera corale: docente, studente, famiglia, personale scolastico, comunità ecclesiale e società civile formano un “noi” educativo. Questa corresponsabilità deve diventare pratica quotidiana.
La scuola come si deve porre nei confronti del digitale e dell’intelligenza artificiale?
La scuola deve porre limiti e, insieme, educare a un uso consapevole del digitale: lo smartphone non deve compromettere attenzione, relazione e apprendimento, ma il divieto da solo non basta. Gli studenti devono comprendere piattaforme, dati e algoritmi, riconoscendo fonti attendibili, manipolazioni e notizie false, e sviluppare un uso critico dei diversi linguaggi digitali. Anche l’intelligenza artificiale va conosciuta e non subita: occorre imparare a interrogarla, verificarne risposte, errori e pregiudizi, dichiararne l’uso e non sostituirla allo studio personale. Come ricorda il Pontefice, l’IA incide su pensiero critico, discernimento, apprendimento e relazioni. La tecnologia deve quindi restare al servizio della persona: un algoritmo può informare, ma non conoscere la storia di uno studente né accompagnarne responsabilmente la vita.
Come si sta muovendo la Federazione per formare i docenti su metodologie didattiche che stimolino l’amore per la lettura e la complessità testuale?
La formazione degli insegnanti è centrale per la Fidae: campus, webinar, seminari, percorsi territoriali e progetti europei offrono aggiornamento e confronto su metodologie e buone pratiche. La lettura e la complessità testuale devono essere affrontate trasversalmente, formando i docenti su lettura e scrittura, argomentazione, confronto tra linguaggi, analisi critica delle fonti e uso consapevole del digitale. Anche le verifiche vanno ripensate: nell’era dell’intelligenza artificiale occorre valorizzare non solo il prodotto, ma il percorso, le scelte, la loro motivazione e la rielaborazione personale. La formazione deve infine mettere al centro la relazione educativa: il digitale può personalizzare i percorsi, ma i ragazzi hanno bisogno di presenza, sguardo e guida. La competenza tecnologica deve quindi integrarsi con quella pedagogica, umana ed etica.
La povertà educativa e linguistica è una causa di disuguaglianza sociale. Qual è l’impegno della Fidae per garantire che nessuno studente resti indietro e che a tutti sia riservato un futuro migliore?
La povertà linguistica limita diritti, relazioni, partecipazione democratica e capacità di immaginare il futuro: contrastarla è un compito educativo e sociale. La Fidae sostiene scuole aperte a tutti, capaci di riconoscere le difficoltà e offrire percorsi personalizzati, recupero, tutoraggio e opportunità culturali, in rete con famiglie, associazioni e istituzioni. Resta centrale la libertà di scelta educativa: la legge 62 del 2000 ha riconosciuto le scuole paritarie nel sistema nazionale, ma finché la scelta dipenderà dalle condizioni economiche familiari non sarà pienamente garantita. Il Governo ha compiuto passi avanti, che abbiamo apprezzato; ora servono misure strutturali per assicurare a tutte le famiglie, soprattutto quelle fragili e gli studenti svantaggiati, la possibilità di scegliere. Papa Leone XIV ricorda che educare i poveri è un dovere.
“Custodire l’umano” significa non lasciare indietro nessuno
e costruire comunità capaci di sostenere ogni ragazzo e garantire a ogni famiglia una reale libertà di scelta educativa.

