
Don Savino D’Amelio, (foto Frontiera Rieti)
A dieci anni dal terremoto che il 24 agosto 2016 devastò Amatrice e il Centro Italia, don Savino D’Amelio, allora parroco della cittadina reatina e direttore dell’Istituto Don Minozzi, ripercorre al Sir i giorni della tragedia, segnati da dolore, paura e lutti, ma anche da una straordinaria rete di solidarietà. Nei suoi ricordi non c’è spazio per la retorica: restano la sofferenza di una comunità ferita e la consapevolezza che, senza una presenza umana e spirituale costante, il sisma avrebbe distrutto non solo le case, ma anche il tessuto sociale del territorio.
Non c’è stata pace. “Ripenso alla tragedia, all’incontro continuo con le persone, alle richieste costanti di aiuto in quei giorni e in quei mesi”, racconta. “Non c’è stata pace. Il terremoto è cominciato il 24 agosto, ma in realtà è finito solo mesi dopo. Le nuove scosse, soprattutto quelle del 30 ottobre e del gennaio successivo, hanno continuato a destabilizzare tutto. Quando si provava a riprendere fiato, arrivava un altro colpo”. Per don Savino, la devastazione del patrimonio edilizio va letta proprio alla luce della lunga sequenza sismica. “Ho sempre detto che il 95% del patrimonio edilizio è andato distrutto non soltanto per il terremoto del 24 agosto, ma per una serie di eventi che si sono susseguiti nell’arco di mesi. Sono stati mesi vissuti nella tragedia, dalla mattina alla sera”. In quelle settimane, però, la preoccupazione principale fu evitare che alla distruzione materiale si aggiungesse quella della comunità. “Grazie a Dio il Signore ci ha dato la forza di essere sulla breccia per sostenere la popolazione. Se non ci fosse stata questa vicinanza, insieme alle case sarebbe stata distrutta anche la comunità”.

Foto Calvarese/SIR
Gli anziani del Don Minozzi. Tra le immagini più vive c’è il salvataggio degli anziani ospiti dell’Istituto Don Minozzi. “Avevamo 27 anziani. Con altri due confratelli siamo riusciti a portarli tutti fuori. La struttura era rimasta in piedi e, con una forza che in quei momenti non sai da dove venga, li abbiamo messi in salvo. Li ho contati e ricontati non so quante volte, finché non mi sono assicurato che fossero tutti fuori e al sicuro. Grazie a Dio non si è fatto male nessuno”.
“Il dito di Dio”. Solo dopo aver garantito la sicurezza degli ospiti il parroco uscì dall’istituto per rendersi conto di ciò che era accaduto in paese. “Quando sono uscito dal cancello e ho visto la devastazione, ho capito la portata del disastro. Ricordo la recinzione in ferro, pesantissima, scaraventata in mezzo alla strada come fosse paglia. Poi le prime case distrutte, le persone che conoscevo, le prime vittime estratte dalle macerie”. Accanto al dolore, però, emerge con forza il ricordo della solidarietà che arrivò da tutta Italia e dall’estero.
“Ho sempre detto che il dito di Dio ha scritto pagine meravigliose di attenzione all’umanità. Amatrice non si è potuta lamentare di aver perso anche solo un caffè: è stato garantito tutto fin dal primo momento e anche di più”.

Foto Calvarese/SIR
La presenza della Chiesa. Un ruolo decisivo fu svolto dalla Caritas. “Il motore trainante di tutto è stata la Caritas Italiana che, con la diocesi, ha organizzato gli aiuti e la distribuzione. C’è stata una generosità incredibile – ricorda don Savino -. Ogni giorno arrivavano persone, viveri, vestiti, sostegni di ogni genere. È stato il tempo della solidarietà accanto al tempo del dolore”. Fondamentale anche l’azione della Chiesa locale guidata dall’allora vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili. Don Savino ricorda come una delle intuizioni più importanti sia stata quella di assicurare una presenza stabile sul territorio. “Mons. Pompili ebbe l’attenzione di mettere comunità di frati in diversi punti dell’area colpita. A Sant’Angelo, Santa Giusta, Torrita, Accumuli. Erano piccoli presìdi di vicinanza. I frati andavano perfino nelle stalle ad aiutare la gente. Era un modo concreto per dire che nessuno sarebbe stato abbandonato”.
Per il sacerdote, la missione della Chiesa in quelle circostanze era innanzitutto una missione di prossimità.
“La cosa più importante non era fare strategie. Era stare vicino alle persone, ascoltarle, accompagnarle. Questa è stata la forza. La presenza del vescovo, dei sacerdoti, dei francescani, ha garantito fiducia e speranza. Senza di loro non sarebbe stato distrutto soltanto il patrimonio abitativo, ma anche quello umano”.La ripresa. Tra i luoghi simbolo della ripresa, il parroco annovera il centro comunitario realizzato grazie alla Caritas italiana proprio davanti all’Istituto Don Minozzi. “Inizialmente fu utilizzato come cappella ma presto divenne punto di riferimento per ogni esigenza della popolazione. È stato chiesa, luogo di incontro, ambulatorio, centro di accoglienza. In certi momenti vi hanno persino dormito delle persone. È stato davvero il cuore della comunità”.
Se sul piano umano la resilienza degli amatriciani è stata straordinaria, sul fronte della ricostruzione materiale il giudizio di don Savino resta severo.
“Sono passati dieci anni e il centro storico di Amatrice è ancora fermo. Sono state ricostruite molte abitazioni fuori dal centro, ma il cuore della città è ancora a zero”.
Due segni di speranza. Eppure, proprio guardando al futuro, il sacerdote individua due segni concreti di speranza: il nuovo ospedale e il progetto “Casa Futuro” che sta nascendo nell’area del Don Minozzi. “Casa Futuro è certamente uno dei simboli più significativi della rinascita di Amatrice”, afferma. “Oggi gli amatriciani vedono che i lavori procedono spediti e i loro occhi tornano a sorridere. Le quattro corti, che fanno parte del progetto, sono ormai al tetto e si stanno realizzando gli impianti interni. Promettono di diventare un vero polo di sviluppo”. L’orizzonte è ambizioso: servizi, formazione, attività legate all’alimentazione, all’agricoltura e alla valorizzazione del territorio, in collaborazione con realtà nazionali e internazionali. “Se riusciremo a far funzionare bene tutte le strutture, potremo creare tra i 100 e i 120 posti di lavoro. Significa dare futuro alle famiglie e ai giovani”. Accanto a Casa Futuro, anche l’ospedale rappresenta una scommessa decisiva. “Il mio sogno è che ospedale e Casa Futuro lavorino in sinergia. Se verranno create alcune eccellenze sanitarie, potranno diventare insieme un grande motore di sviluppo. Potrebbero generare fino a 200-250 posti di lavoro. Per un paese che oggi conta circa 700 abitanti significherebbe ripopolare il territorio”.
Il sogno. È questo il sogno che don Savino custodisce a dieci anni dalla tragedia: “Che queste opere possano arrivare presto a conclusione e che Amatrice venga interamente ricostruita. Che la speranza continui a sostenere una comunità che ha sofferto tanto ma che non ha mai smesso di credere nel proprio futuro”.

