Un vaccino che immunizza i pazienti già affetti da melanoma contro il rischio di recidive e metastasi. È il risultato dello studio, arrivato alla fase tre, sul vaccino a mRNA contro il cancro della pelle, che potrà essere la base per ulteriori sviluppi nella lotta ad altri tipi di tumore. Il vaccino è stato sviluppato da due colossi farmaceutici: Merck e Moderna. “È un vaccino terapeutico – spiega Giampaolo Tortora, direttore dell’oncologia e del Comprehensive Cancer Center del Policlinico Gemelli – diverso da quello del papilloma virus o dell’epatite B, che hanno una funzione anche preventiva. Questo vaccino è stato sintetizzato dopo un lavoro di ricerca che ha permesso di scoprire l’esistenza di 34 neoantigeni, cioè nuovi bersagli che emergono all’interno del tumore, verso i quali sviluppare e dirigere la risposta del nostro sistema immunitario”.
Come funziona questo vaccino?
È un vaccino a mRNA, cioè basato sull’RNA messaggero, simile a quello utilizzato per il Covid, in grado di stimolare la risposta immunitaria contro questi 34 neoantigeni presenti nel melanoma, ma anche in altri tipi di tumore.

(Foto Vatican Media/SIR)
Com’è avvenuta la sperimentazione e quali risultati ha dato?
Questo è un vaccino che è stato sintetizzato già qualche tempo fa e i risultati preliminari, cioè quelli della fase uno e due, erano già stati resi pubblici. Ma per noi studiosi, la parte più importante sono i cosiddetti studi di fase tre randomizzati, nei quali i pazienti vengono divisi in due gruppi: uno riceve il trattamento standard, che oggi è rappresentato dall’immunoterapia, mentre l’altro riceve, insieme al farmaco immunoterapico, anche il vaccino. Allo studio hanno partecipato 1.137 pazienti, divisi in due bracci con una randomizzazione di due a uno: due ricevevano la combinazione e uno il trattamento standard. La fase tre ha mostrato, per la prima volta, un vantaggio per chi segue la combinazione, cioè per chi assume sia il farmaco immunoterapico sia il nuovo vaccino. I risultati non sono ancora completi, perché saranno presentati al congresso europeo che si terrà a Madrid, ma sono stati anticipati alcuni dati di questa analisi, che risultano molto importanti.
Il vaccino mRNA potrà essere usato quindi anche in altri tipi di tumore?
Di fatto, lo stiamo già utilizzando: abbiamo delle sperimentazioni in corso e lo stiamo facendo anche noi al Policlinico Gemelli, insieme ad altri colleghi di grandi istituzioni italiane, europee e internazionali. Lo stiamo utilizzando in uno studio analogo di fase 3, randomizzato, nei tumori del polmone, ma abbiamo in corso anche due studi di fase 2 nei tumori del rene e della vescica. È lo stesso tipo di vaccino, quindi ci aspettiamo di avere risultati in tempi non lunghi e speriamo, ovviamente, che ci siano delle conferme anche in questo caso, a dimostrazione della possibilità di ridurre il rischio che la malattia si ripresenti. In questo caso è stato utilizzato un parametro particolare, che si chiama riduzione del rischio di ripresentazione di metastasi. È uno dei tanti parametri che misuriamo e, naturalmente, l’entusiasmo sta anche nel fatto che ci aspettiamo che, una volta confermati questi dati, questo vaccino possa essere utilizzato anche in altri tipi di tumore, per esempio quello del pancreas, per citarne uno che in genere ha una prognosi e una risposta alle terapie piuttosto scadenti.
Quali limiti ha questo tipo di vaccino?
Prima di tutto dobbiamo dire che i risultati non sono ancora definitivi, quindi, come sempre, ci vuole cautela e un po’ di pazienza nell’attendere i risultati definitivi. È stata però condotta un’analisi sulla sicurezza del vaccino e sugli effetti collaterali, che sono risultati effettivamente molto modesti. Diciamo, quindi, che il vaccino non ha aggiunto una tossicità significativa a quella già associata all’immunoterapia e non aggrava ulteriormente la tossicità di un farmaco che utilizziamo abitualmente come trattamento standard. Questo è, ovviamente, un dato molto positivo.

(Foto: ANSA/SIR)
Quale sarà il futuro nelle terapie contro il cancro?
Oltre ai vaccini già citati, ci sono anche altre terapie, come i cosiddetti TIL, i linfociti che infiltrano il tumore e che possono essere isolati ed espansi. Ci sono vari tipi di strategie. Quello che noi ci aspettiamo, naturalmente, non è una tecnologia che sostituisca gli altri trattamenti in corso, perché abbiamo già trattamenti importanti ed efficaci. Quello che auspichiamo possa succedere nel prossimo futuro è l’integrazione di tutti questi trattamenti, mettendoli insieme. Già oggi il pembrolizumab è un farmaco che stimola la risposta immunitaria; l’aggiunta del vaccino rappresenta un’integrazione che potenzia moltissimo questa risposta. Quindi, non sostituisce l’altro farmaco, ma si aggiunge, lo integra e lo potenzia. Queste sono, in un certo senso, le aspettative che abbiamo anche per il prossimo futuro della terapia dei tumori, soprattutto sul versante del sistema immunitario e dell’immunoterapia.
Le terapie contro i diversi tipi di tumori diventeranno sempre più personalizzate?
Assolutamente sì, naturalmente i 34 neoantigeni selezionati e comuni al melanoma e ad altri tipi di tumore sono il primo passaggio. È molto probabile che in un prossimo futuro magari si affinerà il numero di questi neoantigeni o magari si individueranno neoantigeni più specifici per un tumore rispetto a un altro. Magari, quindi, la prossima generazione di vaccini sarà differenziata: non sarà lo stesso vaccino per più tumori, ma ci sarà quello più indicato per un tumore rispetto a un altro. Una cosa che abbiamo imparato negli anni nella ricerca è che la tecnologia è qualcosa che si sviluppa: la vera innovazione è l’idea, dalla quale poi si può passare alla pratica clinica. I limiti tecnologici si superano, quindi sono sicuro che gli approcci futuri saranno accelerati anche dall’enorme sviluppo delle tecnologie che abbiamo a disposizione in questo momento.

