Giovanissimi e violenza. Pollo: “L’unica prevenzione è l’educazione”

Ragazzi sempre più concentrati sul presente, senza sogni, adulti incapaci di dialogare e porre limiti, mancanza di spazi di aggregazione, la trasgressione al posto dei riti di passaggio dall'adolescenza all'età adulta: sono tra gli elementi richiamati dall'antropologo dell’educazione nella sua riflessione a partire dall'omicidio di Sako Bakari a Taranto e di un ventitreenne accoltellato a Prato

(Foto Calvarese/SIR)

Giovanissimi protagonisti di violenze inaudite. Un omicidio efferato a Taranto, dove a morire è stato Sako Bakari, 35 anni, originario del Mali morto all’alba di sabato scorso a Taranto sotto i colpi sferrati con un coltello a serramanico da un ragazzo che compirà 16 anni tra pochi giorni. Un accoltellamento ai danni di un ventitreenne, che ora lotta tra la vita e la morte, in seguito a un tentativo di rapina a Prato, in cui il giovane ferito aveva cercato di difendere la proprietaria del locale dove lavora, a cui i due giovani balordi volevano fare una rapina. Anche in questo caso chi ha colpito con un coltellino è un minorenne. Ma c’è anche chi, come Davide Simone Cavallo, studente aggredito a Milano lo scorso ottobre a opera di 5 giovanissimi, di cui 3 minorenni, riportando una grave lesione al midollo spinale, che ha scritto una lettera in cui dice di non odiare chi lo ha ridotto così e precisa: “Il cuore perdona, il corpo invece, ancora, aspetta”. Di tutto questo parliamo con Mario Pollo, antropologo dell’educazione, già docente di Sociologia e Pedagogia all’Università Lumsa.

(Foto archivio)

Vediamo sempre più episodi di violenza efferata agita da giovani, spesso minorenni: sta cambiando qualcosa, secondo lei, nel mondo adolescenziale?
È già cambiato da un po’ di tempo, solo che il peggio sta emergendo adesso. Il nichilismo che già si percepiva all’inizio degli anni 2000, in qualche modo è giunto a maturazione, favorito dal fatto che sono andate sempre più emergendo, da un lato, la crisi della relazione del mondo adulto con il mondo giovanile, dall’altro, la crisi del vissuto del tempo. L’uomo, da alcuni millenni, da quando è diventato un essere cosciente della propria mortalità, ha elaborato una visione del tempo chiamata dagli specialisti “tempo noetico”, cioè la scoperta che lui appartiene a una storia in cui vive nel presente, ma ha alle spalle un passato e contribuirà al futuro, quindi il presente è intrecciato profondamente con il passato e il futuro, portando allo sviluppo di un progetto di vita. Oggi questa concezione del tempo è completamente sparita, per cui le persone, i giovani, in particolare gli adolescenti, vivono la vita come un rosario di presenti, dove ogni istante è autonomo e indipendente rispetto a quelli che l’hanno preceduto ed è autonomo e indipendente rispetto a quelli che lo seguiranno, quindi tutta l’attenzione è legata al vivere il momento, a fare ciò che il gruppo e le situazioni chiedono per fare in modo che il comportamento sia funzionale al momento presente. Ma non solo.

Ci spieghi…
Nella cultura contemporanea la debolezza, la finitudine dell’uomo, la sua precarietà, la sofferenza, il dolore, la morte sono in qualche modo nascoste perché il modello del successo ci propone colui che è forte, che non teme nulla, che non soffre del dolore, che non manifesta segni di debolezza. Dimenticando un’antica lezione che è quella che l’uomo scopre la propria forza solo quando riconosce, scopre, riconosce la propria debolezza e l’accetta, perché è l’accettazione della propria debolezza, della propria finitudine che rende l’uomo forte, in grado di andare al di là della stessa debolezza e di vivere autenticamente la propria vita. Inoltre, le generazioni adulte hanno abolito ogni forma di iniziazione all’età adulta, nella fase delicata dell’adolescenza. In passato c’erano dei riti di passaggio che segnavano l’abbandono del mondo dell’infanzia e l’ingresso nel mondo adulto, i riti di passaggio, che comportavano l’affrontare la paura, la sofferenza, il dolore, il rischio, superati attraverso i saperi, le conoscenze, la formazione che avevano ricevuto precedentemente. Oggi, invece, si tenta di levare ogni ostacolo, ogni stress, l’ansia e facilitare il percorso, quando i ragazzi devono affrontare delle prove. Mancando questi riti di passaggio all’età adulta, i ragazzi utilizzano dei surrogati che dovrebbero segnare il distacco dei genitori e dal mondo dell’infanzia. Tra di essi, il consumo di droga, la violenza, l’aggressività, i gesti forti che ti distinguono.

L’uso dei social, in qualche modo, incide?
Sì, le vie per conoscere se stesso e la propria identità sono state in qualche modo delegate all’esterno e purtroppo questo è legato al mondo dei social a cui precocemente i ragazzi hanno accesso, dove il valore nasce dai gesti che compi, ad esempio a rischio della propria incolumità, e che sono riconosciuti dagli altri con un like; così avviene anche all’interno dei gruppi di cui fanno parte.

Tutto ciò è un prodotto del fatto che i ragazzi vivono centrati esclusivamente sul presente, non hanno progetti, sogni di futuro, non hanno preso consapevolezza della propria finitudine, non hanno interiorizzato il valore positivo dei limiti, delle norme, e cercano il riconoscimento di sé attraverso forme di eccesso.

Tutti questi surrogati chiaramente non assolvono la funzione di far scoprire qual è il senso del loro esistere. In questo quadro si aggiunge la presenza di ideologie, che portano a ricercare nell’atto di violenza su una persona diversa da me la certificazione della mia potenza e della mia superiorità, invece di ricercarla nella propria interiorità, nell’accettazione dei propri limiti, della propria finitudine, per fare scelte e costruire una vita in modo coerente.

Nel caso di Taranto fanno impressione anche i futili motivi che hanno scatenato l’omicidio…
Sì, la violenza è fine a se stessa, l’atto di violenza mi aiuta a riconoscermi come persona forte, mascherando invece la debolezza profonda che non è accettata, soprattutto se si è in gruppo, che diventa il luogo in cui questo mio gesto è riconosciuto dagli altri e se lo faccio sono forte, se non lo faccio sono schernito, sono debole, marginalizzato. Quando un gruppo cerca la propria affermazione, diventa in qualche modo il sostegno che induce anche persone, che da sole non avrebbero mai la capacità e la motivazione a compiere quel gesto, a farlo. Nel caso di Taranto che a colpire sia stato un giovanissimo indica chiaramente che perché in molti di questi gruppi l’iniziazione e l’accettazione da parte del gruppo passa attraverso prove d’ingresso tra cui il fare qualcosa.

I gruppi possono essere luoghi di emancipazione e di educazione profonda della persona, di redenzione, come nelle comunità terapeutiche, ma anche luoghi di dannazione, perché possono portare a fare azioni che da solo non faresti mai di tipo distruttivo.

Il problema è che oggi sono pochi nelle città luoghi di aggregazione adolescenziale e giovanile come gli oratori. Questo ha portato alla nascita di gruppi sparsi nel territorio di tipo informale dove non ci sono adulti. Alcuni di questi diventano gruppi con una matrice trasgressiva.

Pensa che il fatto che l’uomo ucciso fosse maliano abbia avuto qualche peso nell’omicidio?
Temo di sì, perché il diverso è sentito come minaccia. Dobbiamo riscoprire la diversità come ricchezza, come allargamento del mondo, del mio esistere, ed educare al riconoscimento del valore della diversità.

Spesso l’opinione pubblica invoca pene più severe, ma la repressione secondo lei basta o serve altro per prevenire la violenza minorile?

L’unica prevenzione efficace non è la paura della pena, perché non è un gran che dissuasore, ma l’educazione che aiuta la persona a divenire se stessa,

a sviluppare la propria unicità personale, ma anche ad accettare le regole positive del mondo in cui si trova. L’educazione non deve essere confusa con l’apprendimento, proprio perché aiuta la persona a scoprire chi è, la sua vocazione, ciò che rende la sua vita importante nel mondo, il senso del suo esistere, e a sviluppare ciò che serve per realizzare questa sua vocazione. L’educazione aiuta la persona in questo processo individuale, ma in relazione con gli altri, in relazione con l’età, con gli adulti, interiorizzando la cultura del mondo che abita e quindi anche le norme, le regole.

Questo compito educativo è in primis della famiglia?
Della famiglia, ma anche della scuola, ma purtroppo la scuola tende sempre di più a rinchiudersi in quello che io chiamo “didatticismo”, cioè curarsi solo della didattica e non della crescita umana delle persone. Poi, dovrebbe essere compito del mondo ecclesiale con i suoi gruppi, delle istituzioni, con la costruzione, da parte del comune, di centri di aggregazione, diffusi nel territorio in cui i ragazzi possano partecipare e trovare la propria via. Occorre anche ricostruire una relazione adulti-ragazzi, mentre oggi assistiamo a degli adulti infantili e dei ragazzi precocemente adultizzati, ma non nel senso positivo. Gli adulti devono tornare a fare gli adulti, a porre i limiti, operare un contenimento: oggi il divieto viene visto come qualcosa di negativo, ma invece deve essere proposto come un contributo alla crescita personale.

Ci sono anche giovani che possono essere esempi positivi, come il ventiduenne ferito gravemente a Milano che non odia i suoi aggressori…
Certamente, i percorsi di formazione possono essere molto diversi: se ci sono famiglie e scuole che non educano e ragazzi lasciati allo sbando, fortunatamente c’è anche un’altra parte di giovani, a mio avviso purtroppo minoritaria, che hanno una visione più profonda della vita. Di solito questi ragazzi ricevono uno spazio minimo sui media e nei social rispetto a quello che ricevono gli altri che trasgrediscono. E oggi anche il perdono è sempre più raro. Diceva Ricoeur che c’è un perdono legato al fatto che si chieda scusa e un perdono, come quello del ragazzo ferito a Milano, che è gratuito, che non ha alla base una richiesta di perdono, un pentimento. E Ricoeur dice che questa è la forma più autentica ma anche più difficile del perdono.

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